30 luglio 2018

Il libro dell'estate - Tove Jansson {Recensione no-spoiler}

"Che cosa strana è l'amore, disse Sofia. Più si ama l'altro è meno l'altro ti ama.
È assolutamente vero, osservò la nonna. E allora che cosa si può fare?
Si continua ad amare, disse Sofia minacciosamente. Si ama sempre peggio."

Buongiorno a tutti lettori,

bentornati sul blog! Oggi vi parlo di un libro che sembra (ed è) perfetto per la stagione: Il libro dell'estate di Tove Jansson. In realtà ho iniziato questa lettura per caso, perché era relegata in un angolino separato dal resto della libreria. Si è rivelato un romanzo molto più bello di quello che mi aspettavo! Se avete bisogno di spensieratezza, credo sia uno dei titoli più adatti.
Piccolo annuncio prima della recensione: ormai siamo in piena estate, io sto per partire quindi probabilmente non avrò il tempo e i mezzi per pubblicare le recensioni del lunedì anche ad Agosto. Ergo, anche il blog andrà in vacanza e da mercoledì la programmazione sarà libera: forse ci saranno un paio di recensioni durante il mese ma non so quando verranno pubblicate. Se volete rimanere aggiornati iscrivetevi o seguitemi su Instagram.

Il libro dell'estate - Tove Jansson Recensione no-spoiler felice con un libro

Titolo: Il libro dell'estate
Autore: Tove Jansson
Editore: Iperborea
Data pubblicazione: 1972/1989
Pagine: 161

Il racconto di un'estate: un'estate su un'isola incontaminata dell'arcipelago finlandese. Una bambina, Sofia, e la sua incredibile nonna, anziana ma estremamente arzilla, sono le protagoniste del romanzo; sullo sfondo, il padre, silenzioso e responsabile.

Quella che si racconta non è una vera e propria storia, con un inizio e una fine ben delineati, bensì un insieme di immagini, sprazzi di giornate particolari per un motivo o per un altro, racconti di avventure inusuali.
Ogni capitolo è quindi a sé, pur mantenendo la stessa ambientazione e gli stessi personaggi: Sofia e sua nonna dominano la scena e lo fanno in un modo esilarante, che non viene mai a noia. È impossibile non affezionarsi immediatamente a entrambe: la prima è una bambina vivace e curiosa, che non ha paura di essere inopportuna e dire sempre quello che pensa con un'onestà disarmante. È anche la perfetta impersonificazione dell'età infantile: Sofia è ancora immatura ma al contempo ha la fortuna di vivere ogni giorno come se fosse una continua scoperta, imparando tante cose da ogni nuova esperienza. Come si può rimanere impassibili di fronte all'innocenza di chi ancora non è stato eccessivamente contaminato dal mondo? Non si pensi comunque che la piccola protagonista sia un angioletto sceso in Terra, anzi, è un piccolo uragano e spesso si ritrova a bisticciare con la meravigliosa nonna. Quest'ultima è un'anziana che ogni giorno combatte contro i problemi dell'età, la stanchezza, i dolori, per essere sempre a disposizione della nipotina: la segue nelle sue passeggiate di esplorazione, asseconda le sue originali idee e, proprio come Sofia, non ha paura di dire la sua e battibeccare. Questa nonna, che appare nel romanzo in tutta semplicità, in realtà è tutt'altro che semplice: è una donna dignitosa, intelligente e consapevole, che riesce ad educare senza imposizioni e manifesta la saggezza tipica dell'età avanzata pur mantenendo una vena ironica e spontanea.

"Quando muori? domandò la bambina. E la nonna rispose: Presto. Ma non ti riguarda neanche un po'."

Sofia e sua nonna sono un connubio perfetto e grazie a loro ogni capitolo assume una sfumatura diversa: alcuni sono divertenti, altri malinconici, altri dolci o avvincenti. Ne risulta un libro davvero molto vario e capace di mantenere un costante sorriso sul volto del lettore, nonostante la tranquillità della narrazione.

I temi affrontati sono dei più disparati: si parla di amicizia, amore, vecchiaia, morte; si parla della natura, di Dio e di paura.

Il libro dell'estate - Tove Jansson Recensione no-spoiler felice con un libro
L'arcipelago finlandese, il più grande del mondo.


Un'altra caratteristica che rende questo romanzo davvero bello secondo me è quella di parlare di una quotidianità che la maggior parte delle persone non conosce: quella di una famiglia praticamente isolata, in vacanza in una piccola casetta che si trova su una delle tante isole di un arcipelago immerso in mezzo al mare. Le passeggiate sulle rocce alla ricerca di oggetti portati dalle onde, o tra i boschi ricchi di flora e fauna; le gite in barca e le avventurose (e pericolose) tempeste improvvise; il tentativo di lasciare la propria impronta sul paesaggio senza però alterarlo.
Quello che abbiamo la possibilità di esplorare con questo libro è un modo di vivere completamente diverso da quello che conosciamo, fatto soprattutto della comunione con la natura. È come se una parte del mondo fosse rimasta incontaminata dall'operato dell'uomo, protetta e isolata dal cambiamento. Si imparano tante cose interessanti e si ha la possibilità di riflettere molto: a volte penso che abbiamo esagerato, che abbiamo modificato troppo il nostro pianeta in favore di una comodità spesso superflua; che abbiamo perso il contatto con la natura. Allo stesso tempo però non credo riuscirei a vivere come Sofia e la sua famiglia, mi mancherebbero troppe cose, troppe possibilità e troppe sicurezze.

"Un'isola può essere un posto tremendo per chi l'avvicina dall'esterno. Tutto è già stabilito, ognuno ha il suo spazio, e lo conserva in modo ostinato, tranquillo, autosufficiente. All'interno dei loro confini, tutto funziona secondo rituali resi duri come pietre dalle ripetizioni, e al tempo stesso vagabondano attraverso le giornate in maniera così capricciosa e fortuita come se il mondo terminasse all'orizzonte."

Il libro dell'estate è un romanzo che fa della spensieratezza il suo punto forte: è una lettura divertente, leggera ma mai troppo, riflessiva al punto giusto. Complice di ciò è anche lo stile di scrittura di Tove Jansson, che spicca per un lessico semplice e familiare.
L'autrice è un'importante scrittrice di libri per bambini e anche in questo romanzo si vede: nel suo stile traspare sempre, anche nei momenti più drammatici, un'incredibile delicatezza, che rende il libro non solo piacevole, ma scorrevolissimo.

Il libro dell'estate - Tove Jansson Recensione no-spoiler felice con un libro
Come mi sono immaginata la casetta di Sofia e della sua famiglia.


In conclusione, una bellissima scoperta. Leggerò sicuramente altro di questa autrice!

VOTO: 🌞🌞🌞🌞
4

Se volete acquistare il libro potete farlo al seguente link che vi rimanderà al sito di IBS. Acquistando qualsiasi articolo da tale link dovrei ricevere una piccola commissione che mi aiuterà a portare avanti il blog. Grazie infinite a tutti!


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Vi mando come sempre un bacione,
Silvia 💖

23 luglio 2018

L'isola dei senza memoria - Yoko Ogawa {Recensione no-spoiler}

"Non è strano. È quello che si dice il lavoro del cuore. Anche il cuore più devastato dal vuoto, tenta evidentemente di sentire qualcosa."

Buongiorno a tutti lettori,

bentornati sul blog! Avete presente quando vi capita di vedere un libro e sentite che scatta il colpo di fulmine? Ecco, con il romanzo di cui vi parlo oggi per me è stato proprio così. Uno dei libri con la copertina più bella nella mia libreria e con una trama che solo a leggerla scatena un'ondata di entusiasmo non indifferente. Vi parlo de L'isola dei senza memoria di Yoko Ogawa edito il Saggiatore.

L'isola dei senza memoria - Yoko Ogawa {Recensione no-spoiler} felice con un libro

Titolo: L'isola dei senza memoria
Autore: Yoko Ogawa
Editore: ilSaggiatore
Data pubblicazione: 1994 / 2018
Pagine: 302

Ci sono libri che non sono fatti per essere letti tutti d'un fiato, libri che si prendono il loro tempo e decidono di scorrere lentamente, levigando e plasmando i pensieri del lettore per adattarli alla narrazione. L'isola dei senza memoria è uno di questi.

Su un'isola imprecisata, la vita degli abitanti è scandita dalle sparizioni: alcune mattine essi si svegliano e scoprono che il ricordo di qualcosa è andato perduto, scomparso per sempre. Può essere un animale, un ortaggio, un veicolo, un oggetto qualsiasi. Insieme al ricordo, anche tutte le sensazioni legate alla cosa spariscono, non si sa più cos'è, non si sa più come si chiama. Quando una sparizione si verifica c'è qualcosa di diverso nell'aria e tutti devono affrettarsi a liberarsi di ciò che è scomparso, se lo posseggono.
La Polizia Segreta dell'isola controlla che ciò venga fatto, che non sopravviva niente. Ma soprattutto si assicura di eliminare tutti coloro che non perdono la memoria e che conservano nel loro cuore tutti i ricordi che gli altri via via vanno perdendo.

Noi seguiamo la storia di un'abitante dell'isola, una scrittrice con un passato particolare, destinata a una rivolta silenziosa contro chi cerca di distruggere definitivamente i ricordi.

Una trama superlativa sicuramente, soprattutto per chi, come me, ama i libri distopici che raccontano un mondo diverso, spesso sbagliato.
Quella della Ogawa però non è una distopia comune e anzi, si differenzia molto dalle altre (o per lo meno da tutte quelle che ho letto io).

L'isola dei senza memoria è un libro estremamente calmo. Non aspettatevi una storia incalzante, una narrazione veloce e ricca di colpi di scena, perché non è affatto così. L'autrice fa a meno di tutte queste cose e procede con lentezza, permettendo al lettore di entrare nel racconto pian piano. Si percepisce l'atmosfera di immobilità che permea l'isola, l'impossibilità di migliaia di abitanti di scappare e sottrarsi al loro destino, l'ineluttabilità di un fenomeno incontrollabile e inarrestabile, che fa della perdita un evento comune, a cui abituarsi e adeguarsi.

Tutte queste sensazioni sono amplificate dalla particolare scrittura dell'autrice. Il suo modo di raccontare, il linguaggio che usa, rendono tutta la storia simile a una favola. Yoko Ogawa utilizza uno stile basico, delicato, fatto di frasi semplici e brevi, nelle quali spesso i termini si ripetono. Che si racconti di cosa la protagonista sta cucinando per cena o di come abbia rischiato la vita in un terremoto, il tono utilizzato è sempre lo stesso: pacato, cadenzato. Sembra quasi di leggere una melodia rilassante, ma così non è, perché lo stile fa da contrasto alla curiosità, all'incertezza e all'agitazione del lettore, preoccupato per i protagonisti e per il destino dell'isola.


"<<Come ci si sente a non perdere mai niente di quello che si ha nel cuore?>>
<<È una domanda difficile!>>
<<Il cuore non si riempie fino a esplodere?>>
<<No, non esiste questo pericolo: il cuore non ha contorni definiti né confini insuperabili. È in grado do accogliere ogni forma e può scendere a qualsiasi profondità. Anche per i ricordi funziona così.>>"



Però c'è qualcos'altro di speciale in questo tipo di scrittura: l'autrice semina nel testo indizi che strizzano l'occhio al lettore attento, in grado di coglierli. È come se lei stessa scrivesse mentre si trova sull'isola.; come se fosse una necessità quella di usare solo parole semplici; come se i sentimenti più travolgenti fossero sopiti o conservati gelosamente dentro di lei, per non fare insospettire nessuno.

Mano a mano che la lettura prosegue però, e che un epilogo si avvicina minaccioso, si fanno sempre più frequenti le riflessioni e le domande della protagonista.
È possibile che un'umanità privata sempre più del ricordo sopravviva? Il cuore di una persona che dimentica rimane lo stesso o si deteriora pian piano?

La Ogawa sembra avere le idee chiare: la memoria costruisce la nostra identità, la nostra anima. Non è la scomparsa dei concetti, delle cose, il problema, ma piuttosto la perdita del legame che essi creano tra l'uomo e il mondo.
Una rosa è solo una rosa, ma con la sua scomparsa non è più possibile sentire il suo odore, né ricordare la prima volta che ce ne hanno regalata una. Immaginate un mondo privato di fiori, della loro bellezza, della sensazione di felicità e tranquillità che anche indirettamente suscitano.
Pensate a un mondo senza fotografie, senza compleanni, senza profumi.
Se tutti i ricordi e le sensazioni del passato pian piano scompaiono, come possiamo ricordarci chi siamo stati?

Ma c'è uno strumento che può salvare i ricordi, che può conservare la memoria al posto delle persone: i libri. La parola scritta è l'ultimo baluardo di speranza contro la scomparsa del mondo.
Non dimentichiamoci che la protagonista della storia è una scrittrice, e in qualità di scrittrice sta scrivendo un romanzo: L'isola dei senza memoria si dirama così in due direzioni diverse, destinate in alcuni momenti a incontrarsi e poi dividersi di nuovo, e diventa un libro all'interno di un libro. Ai toni calmi e lenti della narrazione vera e propria si contrappongono quelli più cupi e incisivi del nuovo romanzo, favola nera metafora della realtà che la protagonista sta vivendo.

In definitiva, un libro triste ma anche leggero, dolce ma anche amaro, con un perfetto epilogo a concludere la storia.

Piccola nota critica che in realtà critica non è: la mia curiosità è rimasta in parte insaziata. Perché il fenomeno delle sparizioni rimane nebuloso, è difficile da spiegare e da comprendere, e anche se via via che la lettura prosegue si capiscono sempre meglio le sensazioni degli abitanti, la mia mente scientifica avrebbe voluto conoscere i perché di tutto ciò.

VOTO: 🌞🌞🌞e mezzo
3,5

Quando vi ho parlato la prima volta di questo libro in moltissimi siete rimasti incuriositi, spero che questa recensione vi sia utile per capire se il romanzo può fare al caso vostro!

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Silvia 💖

16 luglio 2018

Niente di nuovo sul fronte occidentale - Erich Maria Remarque {Recensione no-spoiler}

"Non avevamo ancora messo radici; la guerra, come un'inondazione ci ha spazzati via."

Buongiorno a tutti lettori,

bentornati sul blog! Le vacanze si avvicinano (grazie a Dio) e quindi anche il periodo delle lunghe ore a leggere (grazie a Dio ancora). Al momento invece il tempo scarseggia, quindi la recensione di oggi riguarda un libro piuttosto breve. Uno di quei libri famosissimi, di cui tutti hanno sentito parlare almeno una volta nella vita: Niente di nuovo sul fronte occidentale di Erich Maria Remarque. Pensavate che, vista la stagione estiva e allegra, mi sarei dedicata a recensire libri leggerini? No, non è questo il giorno.

Niente di nuovo sul fronte occidentale - Erich Maria Remarque {Recensione no-spoiler} felice con un libro

Titolo: Niente di nuovo sul fronte occidentale
Autore: Erich Maria Remarque
Editore: Neri Pozza (precedentemente Mondadori)
Data pubblicazione: 1929
Pagine: 226


Germania, Prima Guerra Mondiale. Un professore incita i suoi alunni ad andare a combattere per il proprio paese e così Paul Bäumer, il protagonista, si arruola nell'esercito assieme ad alcuni compagni. Hanno tutti diciannove anni e pensano di essere coraggiosi; pensano che diventeranno degli eroi e che faranno del bene per la propria patria. Ma quando Paul, Albert e Müller si ritrovano al fronte, insieme ai loro amici, si rendono conto del terribile errore che hanno commesso.

Niente di nuovo sul fronte occidentale è un libro sulla guerra, un libro che descrive la Prima Guerra Mondiale dal punto di vista di un soldato appena maggiorenne, che si ritrova nell'inferno del fronte e delle trincee.

Paul Bäumer ci racconta tutto in prima persona, e la narrazione ha la forma quasi di un diario. La storia infatti non è lineare e continua ma divisa in episodi, descrizioni di una particolare giornata, di un periodo, di un ricordo passato. Spesso quello che leggiamo è semplicemente un resoconto, oggettivo, di ciò che è accaduto o sta accadendo nel presente. È come se Remarque volesse limitarsi a descrivere, senza spiegare né giudicare.

"Questo libro non vuol essere 
né un atto d'accusa né una confessione.
Esso non è che il tentativo di raffigurare
una generazione la quale -anche se sfuggì alle granate-
venne distrutta dalla guerra." 

Queste sono le parole che l'autore scrive come premessa alla sua opera. Perché questo è l'intento di Remarque: raccontare come è stato. E nonostante l'oggettività del suo racconto, anzi forse proprio a causa di essa, l'angoscia, il terrore, la violenza, la disumanità della guerra, emergono con forza ad ogni pagina.
Non c'è bisogno di commentare quello che il protagonista ci descrive: sono immagini che parlano da sole. Non c'è alcuna possibilità di vedere le cose in maniera diversa, la realtà è una sola e Remarque ce la mostra in tutta la sua atrocità.

Nonostante la volontà dell'autore di essere il più oggettivo possibile comunque, in alcuni momenti la struttura diaristica del racconto lascia spazio a riflessioni e commenti del protagonista. Sono pensieri spontanei, che emergono all'improvviso, a volte richiamati da una particolare situazione o immagine, altri apparentemente slegati dal resto. Appaiono così, da un momento all'altro, proprio come sicuramente accadeva ai soldati.
Sono questi spezzoni i più devastanti, perché ci permettono di renderci conto che dietro alle uniformi, ai fucili, alle bombe, ci sono delle persone vere, in carne e ossa.

Paul riflette su ciò che sta vivendo, si interroga su come potrà sopravvivere in futuro, sulle motivazioni che lo hanno portato a combattere.
Il pensiero dell'autore è chiaro: migliaia e migliaia di ragazzini sono stati ingannati da persone più potenti e più adulte di loro, gli sono stati promessi onore e gloria ma poi sono stati trasformati in macchine di violenza e di morte, aizzati contro un nemico che ha le loro stesse sembianze, le stesse mani insanguinate, le stesse gambe indolenzite, gli stessi occhi pieni di paura, lo stesso cuore che lotta per continuare a battere. Nella guerra non ci sono vittorie, solo sconfitte; per tutti.

Remarque però decide di essere onesto fino in fondo e ci mostra anche scene commoventi e divertenti. Gli scambi di battute fra Paul e i suoi amici strappano più di qualche sorriso, e rendono la lettura scorrevole e meno pesante di quello che ci si aspetterebbe.
E sembra strano, in mezzo a tutto il dolore e la disumanità di quelle pagine, ritrovarsi a sorridere, ascoltando i protagonisti chiacchierare o festeggiare un periodo di pausa dalle trincee. Questi sono gli attimi che permettono ai soldati di rimanere umani, sono i momenti che loro stessi creano ad hoc, che decidono di cogliere, sforzandosi di non pensare al resto.

Niente di nuovo sul fronte occidentale è un romanzo talmente vero e concreto che non è difficile sentirsi lì, insieme a Paul Bäumer e agli altri. E non è difficile capire che chi scrive ha vissuto in prima persona alcune delle esperienze che racconta.

Remarque è stato un soldato nel primo conflitto mondiale e, sopravvissuto, ha dovuto convivere con le conseguenze: aveva forti crisi depressive e ha iniziato a scrivere per sfogarsi. Questo romanzo lo ha completato in sei settimane. Niente di nuovo sul fronte occidentale è quindi un libro con tantissimi elementi autobiografici.

Alla sua uscita, nel 1929, il romanzo ebbe un grandissimo successo. Il risultato? Remarque venne accusato di antipatriottismo, subì una campagna diffamatoria e i suoi libri vennero pubblicamente bruciati sul rogo. Gli venne tolta persino la cittadinanza tedesca, ma nel frattempo lo scrittore era riuscito a rifugiarsi in Svizzera.

Il suo libro è una testimonianza importante di uno dei più grandi errori dell'uomo, scrivere la verità è stato un atto di coraggio che sicuramente non è andato sprecato.

VOTO: 🌞🌞🌞🌞-
4- 

Quando ho iniziato a leggere questo libro mi aspettavo fosse più romanzato, e non una lettura tanto realistica e vera. Quindi se cercate la storia di eroici soldati per cui fare il tifo e piangere tutte le vostre lacrime, allora non è il momento per iniziare Remarque.

Io credo sia, adesso che l'ho terminato, uno di quei libri che andrebbero fatti leggere nelle scuole. Se io lo avessi conosciuto a 15 o 16 anni probabilmente mi sarebbe rimasto impresso nel cuore ancora di più.

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Silvia 💘

9 luglio 2018

Lessico Famigliare - Natalia Ginzburg {Recensione no-spoiler}

Buongiorno a tutti lettori,

bentornati sul blog. Oggi finalmente vi parlo di un'autrice italiana. E in particolare di un libro in cui la lingua italiana è fondamentale: Lessico Famigliare di Natalia Ginzburg.
Una testimonianza della vita della sua famiglia nell'Italia del '900; un libro calmo ma peculiare che, se apprezzato, è capace di aprire un mondo.

Lessico Famigliare - Natalia Ginzburg {Recensione no-spoiler} felice con un libro

Titolo: Lessico famigliare
Autore: Natalia Ginzburg
Editore: Einaudi
Data pubblicazione: 1963
Pagine: 212

Lessico famigliare è un titolo che parla da solo e che racchiude l'essenza del romanzo stesso. 

Famigliare perché la Ginzburg racconta proprio la sua famiglia, i Levi, intellettuali ebrei tra il 1920 e il 1950. Quest'opera è infatti autobiografica: Natalia stessa dichiara che "Luoghi, fatti e persone sono, in questo libro, reali. Non ho inventato niente."
Lessico perché il modo in cui l'autrice narra la storia è reso speciale dai modi di dire dei vari personaggi. Nei discorsi dei Levi, del padre, della madre, dei fratelli di Natalia, ci sono parole ricorrenti, frasi ripetute giornalmente, vocaboli che diventano simboli di una particolare situazione.
Sempiezzi, sbrodeghezzi, spussa, negrigura; la Ginzburg decide di usare questo lessico particolare, tutto personale, per identificare i suoi familiari e lo sfrutta come occasione per raccontare eventi, abitudini e storie che li riguardano.

È uno strumento narrativo molto originale a parer mio, ed è la prima volta che mi capita di veder sottolineata questa caratteristica, che in realtà, se ci pensate, è molto comune in famiglia, e anche fra amici stretti: le persone che fanno parte della nostra vita ci influenzano indubbiamente, e non è raro che i modi di dire di un parente o di un amico vengano assimilati da chi gli sta intorno. Così come non è raro che ci siano degli eventi particolarmente bizzarri, o belli, o comunque memorabili, che un solo vocabolo può portare alla mente. 

E quanto è bella quella sensazione, quando qualcuno con una sola parola riesce a comunicarvi un intero discorso che solo voi potete capire?

"Una di quelle frasi e parole, ci farebbe riconoscere l'uno con l'altro, noi fratelli, nel buio di una grotta, fra milioni di persone. Quelle frasi sono il nostro latino, il vocabolario dei nostri giorni andati, sono come i geroglifici degli egiziani o degli assiro-babilonesi, la testimonianza di un nucleo vitale che ha cessato di esistere, ma che sopravvive nei suoi testi, salvati dalla furia delle acque, dalla corrosione del tempo. Quelle frasi sono il fondamento della nostra vita familiare, che sussisterà finché saremo al mondo, ricreandosi e risuscitando nei punti più diversi della terra.."

È un'intimità particolare quella che la Ginzburg ci permette di instaurare con la sua famiglia, perché ci rende partecipi di un qualcosa che era solamente loro. L'autrice ci tratta come degli amici, ci da il privilegio di conoscere i Levi e chi sta loro intorno come se fossimo lì, a vivere la loro quotidianità.

Ma non solo attraverso il lessico li conosciamo, anche grazie alla loro storia, che Natalia ci racconta. Ed è proprio la storia della famiglia e di tutte le persone che con loro hanno condiviso eventi e idee quello che mi ha colpita di più di questo libro.

Quando ho letto "famiglia ebraica antifascista a Torino tra gli anni Trenta e Cinquanta del Novecento" ho subito pensato alla guerra, al fascismo, mi aspettavo commenti pesanti, giudizi, dolore. Insomma, molta più tristezza.
Invece la Ginzburg ci racconta tutto con estrema calma e limpidezza, anche con brio.

Ci descrive i suoi ricordi e, con essi, parenti e amici, le loro idee e il loro modo di vivere, ci racconta episodi memorabili e divertenti. In mezzo a tutto ciò, come se fosse la cosa più naturale del mondo, Natalia parla anche della guerra, del fascismo, della lotta per ribellarsi. Ci parla di resistenza, arresti, fughe, come se fossero cose scontate, come se la stoica reazione dei Levi all'odio e alla violenza fosse l'unica possibile.
Non un accenno all'indecisione, al terrore, alla disperazione, solo coraggio e tenacia. I pensieri negativi, i ricordi più avvilenti, li lascia fuori da queste pagine, forse perché troppo dolorosi o troppo intimi, forse perché quello che vuole trasmettere e far trasparire è la forza della resilienza di una comunità di persone incredibili, l'orgoglio e la fierezza per i loro ideali e il coraggio della resistenza.

Infatti, meraviglia delle meraviglie, la Ginzburg ci apre una finestra direttamente sulla vita degli intellettuali del tempo. Scrittori, artisti, personaggi politici, compaiono in questo libro con naturalezza; nomi che adesso sono quasi idealizzati, importanti e significativi, sono in Lessico Familiare persone normali, amici dei Levi e di Natalia, ricordati e descritti come tali. E fa un effetto strano, ve lo posso garantire.

Incontriamo Pavese e scopriamo un lato di lui che nelle sue opere è completamente inesistente; incontriamo anche Leone Ginzburg e seguiamo la loro amicizia con Einaudi; vediamo nascere la casa editrice, la vediamo espandersi e crearsi una propria identità.
È incredibile, mentre si legge, immaginarsi di essere lì, in mezzo alle grandi menti che hanno fatto la storia della scrittura, della cultura e della politica italiana.

"Passava (Leone Ginzburg) le serate con Pavese; erano amici da molti anni. Pavese era tornato da poco dal confino, ed era, allora, molto malinconico, avendo sofferto una delusione d'amore. Veniva da Leone ogni sera; appendeva all'attaccapanni la sua sciarpetta color lilla, il suo paltò a martingala, e sedeva al tavolo. Leone stava sul divano appoggiandosi col gomito alla parete.Pavese spiegava che veniva là non per coraggio, perché lui di coraggio non ne aveva, e nemmeno per spirito di sacrificio. Veniva perché sennò non avrebbe saputo come passare le serate, e non tollerava di passare le serate in solitudine. E spiegava che non veniva per sentir parlare di politica, perché, lui, della politica, <<se ne infischiava>>."

È per questo che prima vi ho parlato della capacità di questo libro di aprire un mondo. Perché così è stato per me: voglio che la piccola porticina che la Ginzburg ha socchiuso per mostrarci la società intellettuale del tempo, fatta di amicizie e stima reciproca, diventi un portone enorme.
Adesso ho voglia di letteratura italiana, ho voglia di scoprire le principali opere del periodo ma anche i rapporti tra gli autori, il clima che si respirava ad uscire con loro, a parlare di cose che contano.
Sono rimasta affascinata dal quadro che la Ginzburg mi ha dipinto e ne vorrei di più.

"L'editore (Einaudi) non era più timido, o meglio la sua timidezza si ridestava solo a tratti quando doveva avere colloqui con estranei, e non sembrava più timidezza, ma un freddo e silenzioso mistero. (...) Quella timidezza era diventata una forza, contro la quale gli estranei venivano a sbattere come farfalle sbattono abbagliate su un lume, e se erano venuti là sicuri di sé con bagagli di proposte e progetti, si ritrovavano poi al termine del colloquio stranamente spossati e sconcertati, col dubbio sgradevole di essere forse un po' stupidi e ingenui, e d'aver mulinato progetti senza nessun fondamento, alla presenza d'una fredda indagine che li aveva scrutati e sceverati in silenzio."

Sicuramente anche lo stile colloquiale e scorrevole dell'autrice ha contribuito a tutto ciò: 
Natalia esprime su carta i ricordi così come li ha memorizzati nella sua mente; mentre inizialmente essi sono caratterizzati da un linguaggio e da un modo di espressione più semplice ed elementare, che rimanda all'infanzia dell'autrice, più avanti lo stile si fa profondo, mano a mano che anche la coscienza della scrittrice matura, pur mantenendo un tono vivace e quasi sempre allegro.
La Ginzburg è bravissima a riportare in vita le sue memorie, ed è evidente che aveva una capacità straordinaria di osservare il reale e coglierne ogni aspetto caratteristico.
Lei descrive, con maestria, ma c'è una cosa che è utile sapere prima di iniziare la lettura: non parla quasi mai di sé. In questo libro c'è tutto il contorno alla vita di Natalia ma non c'è Natalia stessa, se non in relazione con gli altri. È proprio lei a dircelo nella piccola prefazione: "non avevo molta voglia di parlare di me".

Lessico famigliare è un libro che si fa fatica a catalogare in un genere preciso: è un grande misto, un po' memoir, un po' romanzo, un po' saggio. Natalia ci racconta i suoi ricordi e ci descrive quindi una realtà filtrata dai suoi occhi. Al contempo li seleziona, e lascia da parte quelli più dolorosi e tristi. Da un lato cerca di astenersi da commenti personali, dall'altro è influenzata dall'affetto e dell'amicizia verso le persone di cui scrive.

Personalmente questo mix mi è piaciuto moltissimo.
Lessico famigliare è stato per me una sorta di iniziazione agli autori italiani del periodo, che mi ha fatto vedere quanto è enorme la mia lacuna sull'argomento e quanto sarebbe bello colmarla.
Penso comunque che sia un testo fondamentale anche per chi di questi argomenti è esperto.

Vi avviso che è un libro che potrebbe risultare lento, ma se riuscite a prenderlo per quello che è vi trascinerà nel suo vortice come ha fatto con me. Io l'ho divorato, in spiaggia, paragrafo dopo paragrafo (perché no, non ci sono capitoli!!), quindi ve lo straconsiglio in generale e anche come libro da portare sotto l'ombrellone. Spero che possa piacervi quanto è piaciuto a me.

VOTO: 🌞🌞🌞🌞e mezzo
 4,5 

Vi consiglio moltissimo di leggere anche, una volta finito, la prefazione, l'appendice e la Cronistoria di Lessico Famigliare che ci sono nell'ultima edizione Einaudi. Troverete un sacco di recensioni sia positive che negative e sicuramente avrete la possibilità di osservare dettagli che magari vi sono sfuggiti.

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2 luglio 2018

Le ragazze - Emma Cline {Recensione no-spoiler}

Buongiorno a tutti lettori,

bentornati sul blog. La scorsa settimana vi ho parlato del primo libro di un autore bravissimo (qui) e oggi non sarò da meno, perché vi racconto ciò che penso dell'esordio che ha fatto parlare di sé per mesi e mesi, scritto da un'autrice giovanissima e pubblicato per Einaudi: Le ragazze di Emma Cline.
Arrivo un po' in ritardo forse, ma spesso preferisco così, perché quando le aspettative sono troppo alte si rischia anche di venir delusi più facilmente.
Inutile dirvi che, invece, l'ho amato.

Le ragazze - Emma Cline {Recensione no-spoiler} felice con un libro

Titolo: Le ragazze
Autore: Emma Cline
Editore: Einaudi
Data pubblicazione: 2016
Pagine: 334

Evie è una ragazzina di quattordici anni come tante altre e, come tutti, ha i suoi piccoli grandi problemi: ha una una relazione complicata con sua madre, suo padre se n'è andato di casa, e lei si sente insicura e poco apprezzata.
La vita di Evie però è destinata a cambiare quando incontra le ragazze. Giovani trasandate, fiere, che camminano per il parco come se avessero il mondo in pugno.
Per Evie sono magnetiche.
Quando riesce a conoscere Suzanne quindi, è ben decisa a non lasciarsi sfuggire l'occasione: vuole sapere chi sono, diventare una di loro, sentirsi come loro.

Evie entra così in contatto con una comunità: decine e decine di giovani, che vivono in completa libertà in un ranch abbandonato, seguono le proprie regole e le proprie leggi. Condividono quello che hanno l'uno con l'altro, sono scapestrati, fuori dalle righe, e hanno un capo: Russell.
Il dio della comunità, il profeta che ha mostrato loro come vivere ed essere felici.

Evie si lascia trasportare, ma non si rende conto fin dove alcuni di loro sono disposti a spingersi per seguire gli ordini del loro dio..

E noi sappiamo già che tutto finirà in tragedia.
Lo sappiamo perché è la prima cosa che ci troviamo a leggere: il libro si apre con una Evie ormai più che adulta, ancora tormentata dagli incubi, perseguitata dall'orrore, da quel breve ma ingombrante pezzo del suo passato che si porterà dietro per sempre.

Emma Cline racconta una storia che ha dell'incredibile, soprattutto perché è ispirata alla realtà: alla comunità fondata da Charles Manson, conosciuta come la famiglia, responsabile di molti omicidi tra cui quello di Sharon Tate e dei suoi amici nella villa del marito, Roman Polański.
Quello della Cline è un romanzo che mescola fiction e non-fiction: l'autrice ha modificato nomi, luoghi e dettagli, romanzandoli, ma gli eventi principali e il senso generale della storia sono reali. 
È per questo che quello che il lettore si trova a leggere è stupefacente: in alcuni momenti sembra improbabile, esagerato, ma la realtà dei fatti purtroppo conferma che non è così. Il fascino che Manson ha esercitato su moltissimi giovani, la sua capacità di renderli partecipi della sua follia, erano reali, e rendono reale il Russell del romanzo.

La rabbia, l'angoscia e la tristezza di fronte all'ingenuità della protagonista, alla malvagità fredda e priva di rimorsi di alcuni personaggi e alla follia di Russell, sono amplificate dalla consapevolezza che fatti simili sono accaduti sul serio, che forse la storia di Evie è stata davvero la storia di alcune ragazze dell'epoca.

"Quanto era impotente la mia rabbia, un'onda che si gonfiava senza un posto dove abbattersi, e quanto conoscevo bene quella sensazione: avere dei sentimenti strozzati dentro, come minuscoli bambini semiformati, acidi e brulicanti."


Emma Cline è bravissima a descrivere con limpidezza tutto ciò di cui racconta, a partire dagli ambienti esterni, il ranch mezzo distrutto, pieno di cose e di odori, in contrasto con la casa della protagonista, bella e patinata come tutte le altre nelle vicinanze, fino ad arrivare ai sentimenti dei suoi personaggi.

Evie è giovane e ingenua, non ha ancora la capacità di giudizio degli adulti e la sua mente è malleabile, tutto ciò che vuole è sentirsi importante, accettata. È un desiderio egoista ma tutti l'hanno provato almeno una volta. Evie ha la sfortuna di vederlo realizzato dalle persone sbagliate e non ha la capacità di accorgersene né il coraggio di liberarsene.

"E rieccola, la loro ammirata venerazione per Russell, la loro certezza. Io gliela invidiavo, quella fiducia, il fatto che qualcuno potesse cucire insieme le parti vuote della tua vita fino a farti sentire che sotto di te c'era una rete, capace di legare ogni giorno al successivo."

L'autrice ci fa capire perfettamente il suo stato d'animo. La crisi adolescenziale, vedere tutto nero, gli amori non ricambiati. Il fascino delle ragazze più grandi, libere e trasgressive, la voglia di crescere in fretta.

Emma Cline racchiude sensazioni e descrizioni in frasi brevi, improvvise, spezzate, ma incisive, che mostrano al lettore la realtà delle cose come in un lampo. È una scrittura dura ma chiarissima, che a volte può destabilizzare ma alla fine riesce benissimo nel suo intento: rendere il romanzo vivo, evocativo.
Mi sono sentita catapultata lì, nella storia insieme a Evie, e mi ha fatto provare tante emozioni contrastanti.

Perché attraverso Evie la Cline ci fa riflettere su molti temi forti: il fascino del male, l'eccesso, la mancanza di giudizio.
Quand'è che la libertà si trasforma in bestialità?

Ma soprattutto ci lascia nel dubbio: quanto è Evie (e quanto siamo noi) responsabile delle proprie azioni? E delle proprie non azioni?
È completamente innocente? Oppure il caso gioca un ruolo determinante nel nostro destino, e dovremmo tutti interrogarci su "cosa sarebbe successo se.."?

VOTO: 🌞🌞🌞🌞🌞

Non ho idea di come una ragazza di 24 anni sia riuscita a creare un'opera del genere, per me assolutamente fenomenale.
Leggerò tutto tutto tutto di questa giovane promessa della scrittura, sperando che ci riservi tanti altri libri belli come, e più, di questo.

Consiglio caldamente a tutti di leggere Le ragazze, anche solo per farvi una vostra opinioni su uno dei romanzi più chiacchierati degli ultimi anni. E poi, potreste innamorarvene anche voi come ho fatto io!

Se volete acquistare questo libro potete farlo al seguente link che vi rimanderà al sito di IBS. Acquistando qualsiasi articolo da tale link dovrei ricevere una piccola commissione che mi aiuterà a portare avanti il blog. Grazie infinite a tutti!


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Vi mando un bacione,
Silvia 💘

25 giugno 2018

Siamo vissuti qui dal giorno in cui siamo nati - Andreas Moster {Recensione no-spoiler}

Buongiorno a tutti lettori,

bentornati sul blog. È arrivata l'estate, e oggi vi parlo di un libro che effettivamente è adatto alla stagione; non all'idea di vacanze e serenità però, ma più a quella di caldo torrido, afoso, asfissiante, che brucia e confonde ogni cosa. Una lettura dura, un esordio incredibile, edito da Il saggiatore.
Siamo vissuti qui dal giorno in cui siamo nati di Andreas Moster

Siamo vissuti qui dal giorno in cui siamo nati - Andreas Moster {Recensione no-spoiler} felice con un libro

Titolo: Siamo vissuti qui dal giorno in cui siamo nati
Autore: Andreas Moster
Editore: il Saggiatore
Data pubblicazione: 
Pagine: 200

"Lo so da non so quanto tempo. Che me ne devo andare, via di qui, fuori dal paese, dalla casa, dalla stanza in cui vivo da quando sono nata . Potrei calcolare il numero esatto di giorni, sono un paio di migliaia, ma che importa."

Un paesino di montagna è l'ambientazione della storia. Paesino che, grazie a quella montagna, vive. In particolare vive grazie alla cava da cui ogni giorno gli uomini, "i padri" come li chiama Moster, estraggono il calcare. Lo stesso con cui sono state costruite strade, case, edifici e il muro, che protegge il villaggio dal fianco della montagna e dalle tempeste che da lì provengono.
Questo paesino è un universo chiuso, a parte, completamente isolato dal mondo moderno dell'esterno. Qui vivono ancora antiche cerimonie, antiche leggi, e soprattutto antiche forme di dominio e di sottomissione. 

Tutto cambia quando arriva uno straniero: un giovane uomo inviato a controllare la produttività della cava calcarea. 

Lui è l'elemento esterno, diverso, l'ago che penetrando nella bolla la fa saltare in aria, portando allo scoperto l'oscurità, le terribili verità che si nascondono dietro alle case, alle strade, al muro del paesino.

Siamo vissuti qui dal giorno in cui siamo nati non è un libro per chi cerca una lettura facile; non è un libro per chi vuole una storia scorrevole; non è un libro per chi ha paura di soffrire.
È invece un libro per chi ha il coraggio di guardare in faccia la malvagità umana; è un libro per chi nel dolore ci si butta per poi riemergere migliore; è un libro per chi ha la forza e la volontà di affrontare argomenti delicati. 
È un libro che parla di violenza, di paura, di dominio del più forte, di peccato e di espiazione.

L'autore vuole mostrarci quanta falsità, quante maschere, l'uomo è in grado di erigere attorno a se, per non mostrare il marcio che in realtà c'è sotto la superficie.

La narrazione è molto particolare e alterna due punti di vista:

La terza persona di lui, lo straniero, giovane uomo che porta con sé qualcosa di diverso dagli altri. Destinato a diventare il capro espiatorio di un villaggio e forse a cambiarne le sorti.

E il punto di vista di lei, una delle ragazze del paese, una delle ragazze che conosce la verità e vuole andare via. Lei, che alterna la prima persona singolare alla prima persona plurale
Noi facciamo, noi guardiamo, noi siamo vissuti qui dal giorno in cui siamo nati.
Lei è in parte il paese stesso, e il percorso per separarsi dalla sua attuale vita non può che essere impervio e doloroso.

L'autore utilizza uno stile molto introspettivo e scava con forza nell'animo dei protagonisti.
Il lettore si ritrova a sentire così la sofferenza, la fatica, la lotta, la violenza, la paura, il male, annidati nel villaggio, come se fossero suoi, come se li stesse vivendo in prima persona.

"La risata di mio padre ha diviso mia madre in due parti, e lui l'ha spinta in camera da letto senza prima riunirle. La mattina dopo l'incrinatura era ancora visibile."

Una premessa importante: se siete persone sensibili, preparatevi psicologicamente perché ci sono scene forti. Io non me lo aspettavo e forse avrei preferito saperlo, perché ci sono stati dei momenti in cui la storia mi ha colpita come una coltellata.

E colpire come una coltellata è proprio quello che Moster vuole fare. Egli non si fa scrupoli, racconta la verità dura e cruda senza peli sulla lingua e senza aver paura di ferire qualcuno. E rigira il coltello nella piaga con una narrazione cupa, lenta, a tratti gotica. Bisogna rimanere concentrati per stare dietro all'autore, alle sue metafore, al suo modo di dipingere il mondo.

Perché questo è anche un romanzo metaforico, fatto di simboli e visioni, presagi e sensazioni sotto pelle.
È difficile coglierli tutti ed è necessario farsi largo a piccoli passi nella scrittura densa, pastosa, di questo autore. Si procede con fatica, ma alla fine del viaggio, lasciandosi quel paesino alle spalle e guardando indietro, ci si rende conto di quale esordio straordinario abbiamo conosciuto.

VOTO: 🌞🌞🌞🌞e mezzo
4,5

Non do il massimo dei voti solo per un fattore personale: questo è un romanzo che sa far male e in alcuni momenti ho pensato potesse essere troppo. Forse però, come ho già detto, ha influito molto su di me il fatto che non fossi preparata. 
Nota di merito alla traduttrice (amo il fatto che in queste edizioni il nome del traduttore sia in copertina!!) Silvia Albesano che a parer mio ha fatto un ottimo lavoro.

Se ve la sentite, assolutissimamente consigliato.

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Io ringrazio Il Saggiatore per la fiducia, e a voi mando un bacione,

Silvia 💜

18 giugno 2018

Storie di cronopios e di famas - Julio Cortázar {Recensione no-spoiler}

Buongiorno a tutti lettori,

e bentornati sul blog. Oggi vi racconto di un libro che mi aspettava in libreria da più di un anno, e che si è rivelato una perla rara e unica. Non avevo mai letto niente del genere, mai, ed è stata un'esperienza inedita ed emozionante; anche molto stramba in effetti.
Ecco la mia recensione di Storie di cronopios e di famas di Julio Cortázar.

Storie di cronopios e di famas - Julio Cortázar {Recensione no-spoiler} felice con un libro

Titolo: Storie di cronopios e di famas
Autore: Julio Cortázar
Editore: Einaudi
Data pubblicazione: 1962/ 1971
Pagine: 142

Storie di cronopios e di famas è uno dei libri più strani che io abbia mai letto. 
Non c'è una trama, non c'è un filo conduttore ben delineato, e per metà del tempo non si sa nemmeno di cosa si stia parlando.

Calvino, nella prefazione all'opera, ci guida un po' e ci permette di capire anticipatamente a cosa si riferiscano le due strane parole del titolo: cronopios e famas. Essi incarnano due aspetti contrapposti dell'essere, di Cortázar e, direi, di ognuno di noi. 
I famas rappresentano la ragione, l'efficienza, l'ordine. I cronopios invece sono i sogni, la poesia, la spontaneità

Da essi scaturiscono immagini, brevissimi racconti, a volte lunghi qualche riga, a volte un paio di pagine. Sono stralci di storie assurde, spesso senza capo ne coda, senza un senso preciso. Alcune, come le Istruzioni per piangere, o quelle per salire le scale, sono talmente metodiche da diventare bizzarre. Altre, come Perdita e recupero del capello o Cammello dichiarato indesiderabile, sono fatte di simboli e metafore. Altre ancora, come Storia di un orso morbido sembrano non avere alcun senso.

Quello che penso io è questo:
Leggere Cortázar è come guardare un quadro che non si sa che cosa rappresenti, ma che comunque in fondo a noi stessi ci sembra di comprendere e ci suscita un'emozione fortissima.
È come leggere una poesia di cui non si può cogliere il senso totale alla prima lettura, ma che ci rimane stampata nel cuore.


Quello che l'autore scrive può assumere significati diversi a seconda della personalità o dell'umore di chi lo sta leggendo. Può assumere significati diversi anche ad una seconda o una terza rilettura.
Cercare di capire questo libro è un po' come tentare di spiegare un sogno assurdo, diverso.
Io sono rimasta affascinata dalla polifonia di quest'opera, dalla sua capacità di contenere interpretazioni diverse e di variare al variare del lettore. E infatti, nonostante Storie di cronopios e di famas sia un libriccino molto corto, io me lo sono gustata piano piano, con concentrazione. Ho riletto quasi tutti i capitoli almeno due volte, alcuni anche tre o quattro.
Ho scavato un po', per fare in modo che mi arrivasse quanto più possibile da questa lettura.

Alcuni racconti mi hanno messo i brividi, altri mi hanno fatta ridere, altri mi hanno fatto male e altri non li ho capiti proprio (!).

Quello che sicuramente risulta dalla lettura comunque, è che cronopios e famas (che in realtà compaiono fisicamente nel libro solo nell'ultima parte) non sono poi tanto contrapposti e diversi come si potrebbe pensare. Come dice Calvino, "presto si vede che le due anime sono in fondo una sola, che un confine tra immaginazione incontrollata e immaginazione metodica è impossibile tracciarlo... Del resto osservando bene, si vedrà che è una determinazione degna dei famas che i cronopios mettono nell'essere cronopios, e che nell'agire da famas i famas sono pervasi da una follia non meno stralunata di quella cronopioesca." 

VOTO: 🌞🌞🌞🌞 e mezzo
4,5 

Credo che la bravura e il genio di Cortázar siano evidenti. Non ho idea di come egli abbia fatto a concepire un'opera del genere ma sono felice che l'abbia fatto, perché ci ha regalato qualcosa di diverso e speciale.

Concludo questa recensione con l'incipit del libro, che è davvero uno dei più belli che io abbia mai letto.

"Il lavoro di ammorbidire il mattone tutti i giorni, il lavoro di aprirsi un passaggio nella massa appiccicosa che si proclama mondo, ogni mattina inciampare nel parallelepipedo dal nome ripugnante, con una canina soddisfazione che tutto è al suo posto, la stessa donna accanto, le stesse scarpe, lo stesso sapore dello stesso dentifricio, la stessa tristezza delle case di fronte, della sporca scacchiera delle persiane con la scritta Hotel de Belgique.
Puntare la testa come un toro svogliato contro la massa trasparente al cui centro prendiamo il caffè latte e apriamo il giornale per vedere quel che è successo in un qualsiasi angolo del mattone di cristallo, rifiutarsi a che il delicato gesto di tirare la maniglia, gesto grazie al quale tutto potrebbe trasformarsi, avvenga con la fredda efficacia di un riflesso quotidiano. A presto cara. Buona giornata.
Stringere un cucchiaino fra le dita e sentire il battito del suo polso di metallo, il suo diffidente ammonimento. Come fa male negare un cucchiaino, negare una porta, negare tutto ciò che l'abitudine lecca fino a dargli una soddisfacente levigatezza. Tanto più semplice accettare la facile sollecitudine del cucchiaio, usarlo per girare il caffè. E non che sia brutto che le cose ci trovino ogni giorno di nuovo e siano sempre le stesse. Che accanto a noi ci sia la stessa donna, lo stesso orologio, e che il romanzo aperto sul tavolo inforchi di nuovo la bicicletta dei nostri occhiali, perché dovrebbe essere brutto? Ma come un toro triste bisogna abbassare la testa, dal centro del mattone di cristallo spingere verso il fuori, verso l'altro tanto vicino a noi, inafferrabile come il picador tanto vicino al toro. Castigarsi gli occhi guardando quella cosa che si muove nel cielo e che sornionamente accetta il nome di nuvola, la sua risposta catalogata nella memoria. Non credere che il telefono ti dia i numeri che cerchi. Perché dovrebbe? Verrà soltanto quel che hai preparato e deciso, il triste riflesso della tua speranza, questa scimmia che si gratta su una tavola e trema di freddo. Spaccale la testa, alla scimmia, corri dal centro verso il muro e apriti un passaggio. (...)
Non appena aprirò la porta e mi affaccerò alle scale, saprò che sotto inizia la strada; non lo stampo ormai accettato, non le case che sappiamo, non l'albergo di fronte: la strada, la viva foresta ove ogni istante può piovermi addosso come una magnolia, ove i volti nasceranno man mano che li guarderò, quando andrò avanti ancora un poco, quando con i gomiti e le palpebre e le unghie andrò a fracassare minuziosamente contro la pasta del mattone di cristallo, e mi giocherò la vita avanzando un passo dopo l'altro per andare a comprare il giornale all'angolo."

Spero, nonostante scrivere di questo libro sia difficilissimo, che la mia recensione vi abbia incuriositi e che proverete a leggerlo.

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Come sempre, fatemi sapere cosa ne pensate,
io vi mando un bacione,

Silvia 💝