16 luglio 2018

Niente di nuovo sul fronte occidentale - Erich Maria Remarque {Recensione no-spoiler}

"Non avevamo ancora messo radici; la guerra, come un'inondazione ci ha spazzati via."

Buongiorno a tutti lettori,

bentornati sul blog! Le vacanze si avvicinano (grazie a Dio) e quindi anche il periodo delle lunghe ore a leggere (grazie a Dio ancora). Al momento invece il tempo scarseggia, quindi la recensione di oggi riguarda un libro piuttosto breve. Uno di quei libri famosissimi, di cui tutti hanno sentito parlare almeno una volta nella vita: Niente di nuovo sul fronte occidentale di Erich Maria Remarque. Pensavate che, vista la stagione estiva e allegra, mi sarei dedicata a recensire libri leggerini? No, non è questo il giorno.

Niente di nuovo sul fronte occidentale - Erich Maria Remarque {Recensione no-spoiler} felice con un libro

Titolo: Niente di nuovo sul fronte occidentale
Autore: Erich Maria Remarque
Editore: Neri Pozza (precedentemente Mondadori)
Data pubblicazione: 1929
Pagine: 226


Germania, Prima Guerra Mondiale. Un professore incita i suoi alunni ad andare a combattere per il proprio paese e così Paul Bäumer, il protagonista, si arruola nell'esercito assieme ad alcuni compagni. Hanno tutti diciannove anni e pensano di essere coraggiosi; pensano che diventeranno degli eroi e che faranno del bene per la propria patria. Ma quando Paul, Albert e Müller si ritrovano al fronte, insieme ai loro amici, si rendono conto del terribile errore che hanno commesso.

Niente di nuovo sul fronte occidentale è un libro sulla guerra, un libro che descrive la Prima Guerra Mondiale dal punto di vista di un soldato appena maggiorenne, che si ritrova nell'inferno del fronte e delle trincee.

Paul Bäumer ci racconta tutto in prima persona, e la narrazione ha la forma quasi di un diario. La storia infatti non è lineare e continua ma divisa in episodi, descrizioni di una particolare giornata, di un periodo, di un ricordo passato. Spesso quello che leggiamo è semplicemente un resoconto, oggettivo, di ciò che è accaduto o sta accadendo nel presente. È come se Remarque volesse limitarsi a descrivere, senza spiegare né giudicare.

"Questo libro non vuol essere 
né un atto d'accusa né una confessione.
Esso non è che il tentativo di raffigurare
una generazione la quale -anche se sfuggì alle granate-
venne distrutta dalla guerra." 

Queste sono le parole che l'autore scrive come premessa alla sua opera. Perché questo è l'intento di Remarque: raccontare come è stato. E nonostante l'oggettività del suo racconto, anzi forse proprio a causa di essa, l'angoscia, il terrore, la violenza, la disumanità della guerra, emergono con forza ad ogni pagina.
Non c'è bisogno di commentare quello che il protagonista ci descrive: sono immagini che parlano da sole. Non c'è alcuna possibilità di vedere le cose in maniera diversa, la realtà è una sola e Remarque ce la mostra in tutta la sua atrocità.

Nonostante la volontà dell'autore di essere il più oggettivo possibile comunque, in alcuni momenti la struttura diaristica del racconto lascia spazio a riflessioni e commenti del protagonista. Sono pensieri spontanei, che emergono all'improvviso, a volte richiamati da una particolare situazione o immagine, altri apparentemente slegati dal resto. Appaiono così, da un momento all'altro, proprio come sicuramente accadeva ai soldati.
Sono questi spezzoni i più devastanti, perché ci permettono di renderci conto che dietro alle uniformi, ai fucili, alle bombe, ci sono delle persone vere, in carne e ossa.

Paul riflette su ciò che sta vivendo, si interroga su come potrà sopravvivere in futuro, sulle motivazioni che lo hanno portato a combattere.
Il pensiero dell'autore è chiaro: migliaia e migliaia di ragazzini sono stati ingannati da persone più potenti e più adulte di loro, gli sono stati promessi onore e gloria ma poi sono stati trasformati in macchine di violenza e di morte, aizzati contro un nemico che ha le loro stesse sembianze, le stesse mani insanguinate, le stesse gambe indolenzite, gli stessi occhi pieni di paura, lo stesso cuore che lotta per continuare a battere. Nella guerra non ci sono vittorie, solo sconfitte; per tutti.

Remarque però decide di essere onesto fino in fondo e ci mostra anche scene commoventi e divertenti. Gli scambi di battute fra Paul e i suoi amici strappano più di qualche sorriso, e rendono la lettura scorrevole e meno pesante di quello che ci si aspetterebbe.
E sembra strano, in mezzo a tutto il dolore e la disumanità di quelle pagine, ritrovarsi a sorridere, ascoltando i protagonisti chiacchierare o festeggiare un periodo di pausa dalle trincee. Questi sono gli attimi che permettono ai soldati di rimanere umani, sono i momenti che loro stessi creano ad hoc, che decidono di cogliere, sforzandosi di non pensare al resto.

Niente di nuovo sul fronte occidentale è un romanzo talmente vero e concreto che non è difficile sentirsi lì, insieme a Paul Bäumer e agli altri. E non è difficile capire che chi scrive ha vissuto in prima persona alcune delle esperienze che racconta.

Remarque è stato un soldato nel primo conflitto mondiale e, sopravvissuto, ha dovuto convivere con le conseguenze: aveva forti crisi depressive e ha iniziato a scrivere per sfogarsi. Questo romanzo lo ha completato in sei settimane. Niente di nuovo sul fronte occidentale è quindi un libro con tantissimi elementi autobiografici.

Alla sua uscita, nel 1929, il romanzo ebbe un grandissimo successo. Il risultato? Remarque venne accusato di antipatriottismo, subì una campagna diffamatoria e i suoi libri vennero pubblicamente bruciati sul rogo. Gli venne tolta persino la cittadinanza tedesca, ma nel frattempo lo scrittore era riuscito a rifugiarsi in Svizzera.

Il suo libro è una testimonianza importante di uno dei più grandi errori dell'uomo, scrivere la verità è stato un atto di coraggio che sicuramente non è andato sprecato.

VOTO: 🌞🌞🌞🌞-
4- 

Quando ho iniziato a leggere questo libro mi aspettavo fosse più romanzato, e non una lettura tanto realistica e vera. Quindi se cercate la storia di eroici soldati per cui fare il tifo e piangere tutte le vostre lacrime, allora non è il momento per iniziare Remarque.

Io credo sia, adesso che l'ho terminato, uno di quei libri che andrebbero fatti leggere nelle scuole. Se io lo avessi conosciuto a 15 o 16 anni probabilmente mi sarebbe rimasto impresso nel cuore ancora di più.

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Vi mando come sempre un bacione,
Silvia 💘

9 luglio 2018

Lessico Famigliare - Natalia Ginzburg {Recensione no-spoiler}

Buongiorno a tutti lettori,

bentornati sul blog. Oggi finalmente vi parlo di un'autrice italiana. E in particolare di un libro in cui la lingua italiana è fondamentale: Lessico Famigliare di Natalia Ginzburg.
Una testimonianza della vita della sua famiglia nell'Italia del '900; un libro calmo ma peculiare che, se apprezzato, è capace di aprire un mondo.

Lessico Famigliare - Natalia Ginzburg {Recensione no-spoiler} felice con un libro

Titolo: Lessico famigliare
Autore: Natalia Ginzburg
Editore: Einaudi
Data pubblicazione: 1963
Pagine: 212

Lessico famigliare è un titolo che parla da solo e che racchiude l'essenza del romanzo stesso. 

Famigliare perché la Ginzburg racconta proprio la sua famiglia, i Levi, intellettuali ebrei tra il 1920 e il 1950. Quest'opera è infatti autobiografica: Natalia stessa dichiara che "Luoghi, fatti e persone sono, in questo libro, reali. Non ho inventato niente."
Lessico perché il modo in cui l'autrice narra la storia è reso speciale dai modi di dire dei vari personaggi. Nei discorsi dei Levi, del padre, della madre, dei fratelli di Natalia, ci sono parole ricorrenti, frasi ripetute giornalmente, vocaboli che diventano simboli di una particolare situazione.
Sempiezzi, sbrodeghezzi, spussa, negrigura; la Ginzburg decide di usare questo lessico particolare, tutto personale, per identificare i suoi familiari e lo sfrutta come occasione per raccontare eventi, abitudini e storie che li riguardano.

È uno strumento narrativo molto originale a parer mio, ed è la prima volta che mi capita di veder sottolineata questa caratteristica, che in realtà, se ci pensate, è molto comune in famiglia, e anche fra amici stretti: le persone che fanno parte della nostra vita ci influenzano indubbiamente, e non è raro che i modi di dire di un parente o di un amico vengano assimilati da chi gli sta intorno. Così come non è raro che ci siano degli eventi particolarmente bizzarri, o belli, o comunque memorabili, che un solo vocabolo può portare alla mente. 

E quanto è bella quella sensazione, quando qualcuno con una sola parola riesce a comunicarvi un intero discorso che solo voi potete capire?

"Una di quelle frasi e parole, ci farebbe riconoscere l'uno con l'altro, noi fratelli, nel buio di una grotta, fra milioni di persone. Quelle frasi sono il nostro latino, il vocabolario dei nostri giorni andati, sono come i geroglifici degli egiziani o degli assiro-babilonesi, la testimonianza di un nucleo vitale che ha cessato di esistere, ma che sopravvive nei suoi testi, salvati dalla furia delle acque, dalla corrosione del tempo. Quelle frasi sono il fondamento della nostra vita familiare, che sussisterà finché saremo al mondo, ricreandosi e risuscitando nei punti più diversi della terra.."

È un'intimità particolare quella che la Ginzburg ci permette di instaurare con la sua famiglia, perché ci rende partecipi di un qualcosa che era solamente loro. L'autrice ci tratta come degli amici, ci da il privilegio di conoscere i Levi e chi sta loro intorno come se fossimo lì, a vivere la loro quotidianità.

Ma non solo attraverso il lessico li conosciamo, anche grazie alla loro storia, che Natalia ci racconta. Ed è proprio la storia della famiglia e di tutte le persone che con loro hanno condiviso eventi e idee quello che mi ha colpita di più di questo libro.

Quando ho letto "famiglia ebraica antifascista a Torino tra gli anni Trenta e Cinquanta del Novecento" ho subito pensato alla guerra, al fascismo, mi aspettavo commenti pesanti, giudizi, dolore. Insomma, molta più tristezza.
Invece la Ginzburg ci racconta tutto con estrema calma e limpidezza, anche con brio.

Ci descrive i suoi ricordi e, con essi, parenti e amici, le loro idee e il loro modo di vivere, ci racconta episodi memorabili e divertenti. In mezzo a tutto ciò, come se fosse la cosa più naturale del mondo, Natalia parla anche della guerra, del fascismo, della lotta per ribellarsi. Ci parla di resistenza, arresti, fughe, come se fossero cose scontate, come se la stoica reazione dei Levi all'odio e alla violenza fosse l'unica possibile.
Non un accenno all'indecisione, al terrore, alla disperazione, solo coraggio e tenacia. I pensieri negativi, i ricordi più avvilenti, li lascia fuori da queste pagine, forse perché troppo dolorosi o troppo intimi, forse perché quello che vuole trasmettere e far trasparire è la forza della resilienza di una comunità di persone incredibili, l'orgoglio e la fierezza per i loro ideali e il coraggio della resistenza.

Infatti, meraviglia delle meraviglie, la Ginzburg ci apre una finestra direttamente sulla vita degli intellettuali del tempo. Scrittori, artisti, personaggi politici, compaiono in questo libro con naturalezza; nomi che adesso sono quasi idealizzati, importanti e significativi, sono in Lessico Familiare persone normali, amici dei Levi e di Natalia, ricordati e descritti come tali. E fa un effetto strano, ve lo posso garantire.

Incontriamo Pavese e scopriamo un lato di lui che nelle sue opere è completamente inesistente; incontriamo anche Leone Ginzburg e seguiamo la loro amicizia con Einaudi; vediamo nascere la casa editrice, la vediamo espandersi e crearsi una propria identità.
È incredibile, mentre si legge, immaginarsi di essere lì, in mezzo alle grandi menti che hanno fatto la storia della scrittura, della cultura e della politica italiana.

"Passava (Leone Ginzburg) le serate con Pavese; erano amici da molti anni. Pavese era tornato da poco dal confino, ed era, allora, molto malinconico, avendo sofferto una delusione d'amore. Veniva da Leone ogni sera; appendeva all'attaccapanni la sua sciarpetta color lilla, il suo paltò a martingala, e sedeva al tavolo. Leone stava sul divano appoggiandosi col gomito alla parete.Pavese spiegava che veniva là non per coraggio, perché lui di coraggio non ne aveva, e nemmeno per spirito di sacrificio. Veniva perché sennò non avrebbe saputo come passare le serate, e non tollerava di passare le serate in solitudine. E spiegava che non veniva per sentir parlare di politica, perché, lui, della politica, <<se ne infischiava>>."

È per questo che prima vi ho parlato della capacità di questo libro di aprire un mondo. Perché così è stato per me: voglio che la piccola porticina che la Ginzburg ha socchiuso per mostrarci la società intellettuale del tempo, fatta di amicizie e stima reciproca, diventi un portone enorme.
Adesso ho voglia di letteratura italiana, ho voglia di scoprire le principali opere del periodo ma anche i rapporti tra gli autori, il clima che si respirava ad uscire con loro, a parlare di cose che contano.
Sono rimasta affascinata dal quadro che la Ginzburg mi ha dipinto e ne vorrei di più.

"L'editore (Einaudi) non era più timido, o meglio la sua timidezza si ridestava solo a tratti quando doveva avere colloqui con estranei, e non sembrava più timidezza, ma un freddo e silenzioso mistero. (...) Quella timidezza era diventata una forza, contro la quale gli estranei venivano a sbattere come farfalle sbattono abbagliate su un lume, e se erano venuti là sicuri di sé con bagagli di proposte e progetti, si ritrovavano poi al termine del colloquio stranamente spossati e sconcertati, col dubbio sgradevole di essere forse un po' stupidi e ingenui, e d'aver mulinato progetti senza nessun fondamento, alla presenza d'una fredda indagine che li aveva scrutati e sceverati in silenzio."

Sicuramente anche lo stile colloquiale e scorrevole dell'autrice ha contribuito a tutto ciò: 
Natalia esprime su carta i ricordi così come li ha memorizzati nella sua mente; mentre inizialmente essi sono caratterizzati da un linguaggio e da un modo di espressione più semplice ed elementare, che rimanda all'infanzia dell'autrice, più avanti lo stile si fa profondo, mano a mano che anche la coscienza della scrittrice matura, pur mantenendo un tono vivace e quasi sempre allegro.
La Ginzburg è bravissima a riportare in vita le sue memorie, ed è evidente che aveva una capacità straordinaria di osservare il reale e coglierne ogni aspetto caratteristico.
Lei descrive, con maestria, ma c'è una cosa che è utile sapere prima di iniziare la lettura: non parla quasi mai di sé. In questo libro c'è tutto il contorno alla vita di Natalia ma non c'è Natalia stessa, se non in relazione con gli altri. È proprio lei a dircelo nella piccola prefazione: "non avevo molta voglia di parlare di me".

Lessico famigliare è un libro che si fa fatica a catalogare in un genere preciso: è un grande misto, un po' memoir, un po' romanzo, un po' saggio. Natalia ci racconta i suoi ricordi e ci descrive quindi una realtà filtrata dai suoi occhi. Al contempo li seleziona, e lascia da parte quelli più dolorosi e tristi. Da un lato cerca di astenersi da commenti personali, dall'altro è influenzata dall'affetto e dell'amicizia verso le persone di cui scrive.

Personalmente questo mix mi è piaciuto moltissimo.
Lessico famigliare è stato per me una sorta di iniziazione agli autori italiani del periodo, che mi ha fatto vedere quanto è enorme la mia lacuna sull'argomento e quanto sarebbe bello colmarla.
Penso comunque che sia un testo fondamentale anche per chi di questi argomenti è esperto.

Vi avviso che è un libro che potrebbe risultare lento, ma se riuscite a prenderlo per quello che è vi trascinerà nel suo vortice come ha fatto con me. Io l'ho divorato, in spiaggia, paragrafo dopo paragrafo (perché no, non ci sono capitoli!!), quindi ve lo straconsiglio in generale e anche come libro da portare sotto l'ombrellone. Spero che possa piacervi quanto è piaciuto a me.

VOTO: 🌞🌞🌞🌞e mezzo
 4,5 

Vi consiglio moltissimo di leggere anche, una volta finito, la prefazione, l'appendice e la Cronistoria di Lessico Famigliare che ci sono nell'ultima edizione Einaudi. Troverete un sacco di recensioni sia positive che negative e sicuramente avrete la possibilità di osservare dettagli che magari vi sono sfuggiti.

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Vi mando come sempre un bacione,
Silvia 💖

2 luglio 2018

Le ragazze - Emma Cline {Recensione no-spoiler}

Buongiorno a tutti lettori,

bentornati sul blog. La scorsa settimana vi ho parlato del primo libro di un autore bravissimo (qui) e oggi non sarò da meno, perché vi racconto ciò che penso dell'esordio che ha fatto parlare di sé per mesi e mesi, scritto da un'autrice giovanissima e pubblicato per Einaudi: Le ragazze di Emma Cline.
Arrivo un po' in ritardo forse, ma spesso preferisco così, perché quando le aspettative sono troppo alte si rischia anche di venir delusi più facilmente.
Inutile dirvi che, invece, l'ho amato.

Le ragazze - Emma Cline {Recensione no-spoiler} felice con un libro

Titolo: Le ragazze
Autore: Emma Cline
Editore: Einaudi
Data pubblicazione: 2016
Pagine: 334

Evie è una ragazzina di quattordici anni come tante altre e, come tutti, ha i suoi piccoli grandi problemi: ha una una relazione complicata con sua madre, suo padre se n'è andato di casa, e lei si sente insicura e poco apprezzata.
La vita di Evie però è destinata a cambiare quando incontra le ragazze. Giovani trasandate, fiere, che camminano per il parco come se avessero il mondo in pugno.
Per Evie sono magnetiche.
Quando riesce a conoscere Suzanne quindi, è ben decisa a non lasciarsi sfuggire l'occasione: vuole sapere chi sono, diventare una di loro, sentirsi come loro.

Evie entra così in contatto con una comunità: decine e decine di giovani, che vivono in completa libertà in un ranch abbandonato, seguono le proprie regole e le proprie leggi. Condividono quello che hanno l'uno con l'altro, sono scapestrati, fuori dalle righe, e hanno un capo: Russell.
Il dio della comunità, il profeta che ha mostrato loro come vivere ed essere felici.

Evie si lascia trasportare, ma non si rende conto fin dove alcuni di loro sono disposti a spingersi per seguire gli ordini del loro dio..

E noi sappiamo già che tutto finirà in tragedia.
Lo sappiamo perché è la prima cosa che ci troviamo a leggere: il libro si apre con una Evie ormai più che adulta, ancora tormentata dagli incubi, perseguitata dall'orrore, da quel breve ma ingombrante pezzo del suo passato che si porterà dietro per sempre.

Emma Cline racconta una storia che ha dell'incredibile, soprattutto perché è ispirata alla realtà: alla comunità fondata da Charles Manson, conosciuta come la famiglia, responsabile di molti omicidi tra cui quello di Sharon Tate e dei suoi amici nella villa del marito, Roman Polański.
Quello della Cline è un romanzo che mescola fiction e non-fiction: l'autrice ha modificato nomi, luoghi e dettagli, romanzandoli, ma gli eventi principali e il senso generale della storia sono reali. 
È per questo che quello che il lettore si trova a leggere è stupefacente: in alcuni momenti sembra improbabile, esagerato, ma la realtà dei fatti purtroppo conferma che non è così. Il fascino che Manson ha esercitato su moltissimi giovani, la sua capacità di renderli partecipi della sua follia, erano reali, e rendono reale il Russell del romanzo.

La rabbia, l'angoscia e la tristezza di fronte all'ingenuità della protagonista, alla malvagità fredda e priva di rimorsi di alcuni personaggi e alla follia di Russell, sono amplificate dalla consapevolezza che fatti simili sono accaduti sul serio, che forse la storia di Evie è stata davvero la storia di alcune ragazze dell'epoca.

"Quanto era impotente la mia rabbia, un'onda che si gonfiava senza un posto dove abbattersi, e quanto conoscevo bene quella sensazione: avere dei sentimenti strozzati dentro, come minuscoli bambini semiformati, acidi e brulicanti."


Emma Cline è bravissima a descrivere con limpidezza tutto ciò di cui racconta, a partire dagli ambienti esterni, il ranch mezzo distrutto, pieno di cose e di odori, in contrasto con la casa della protagonista, bella e patinata come tutte le altre nelle vicinanze, fino ad arrivare ai sentimenti dei suoi personaggi.

Evie è giovane e ingenua, non ha ancora la capacità di giudizio degli adulti e la sua mente è malleabile, tutto ciò che vuole è sentirsi importante, accettata. È un desiderio egoista ma tutti l'hanno provato almeno una volta. Evie ha la sfortuna di vederlo realizzato dalle persone sbagliate e non ha la capacità di accorgersene né il coraggio di liberarsene.

"E rieccola, la loro ammirata venerazione per Russell, la loro certezza. Io gliela invidiavo, quella fiducia, il fatto che qualcuno potesse cucire insieme le parti vuote della tua vita fino a farti sentire che sotto di te c'era una rete, capace di legare ogni giorno al successivo."

L'autrice ci fa capire perfettamente il suo stato d'animo. La crisi adolescenziale, vedere tutto nero, gli amori non ricambiati. Il fascino delle ragazze più grandi, libere e trasgressive, la voglia di crescere in fretta.

Emma Cline racchiude sensazioni e descrizioni in frasi brevi, improvvise, spezzate, ma incisive, che mostrano al lettore la realtà delle cose come in un lampo. È una scrittura dura ma chiarissima, che a volte può destabilizzare ma alla fine riesce benissimo nel suo intento: rendere il romanzo vivo, evocativo.
Mi sono sentita catapultata lì, nella storia insieme a Evie, e mi ha fatto provare tante emozioni contrastanti.

Perché attraverso Evie la Cline ci fa riflettere su molti temi forti: il fascino del male, l'eccesso, la mancanza di giudizio.
Quand'è che la libertà si trasforma in bestialità?

Ma soprattutto ci lascia nel dubbio: quanto è Evie (e quanto siamo noi) responsabile delle proprie azioni? E delle proprie non azioni?
È completamente innocente? Oppure il caso gioca un ruolo determinante nel nostro destino, e dovremmo tutti interrogarci su "cosa sarebbe successo se.."?

VOTO: 🌞🌞🌞🌞🌞

Non ho idea di come una ragazza di 24 anni sia riuscita a creare un'opera del genere, per me assolutamente fenomenale.
Leggerò tutto tutto tutto di questa giovane promessa della scrittura, sperando che ci riservi tanti altri libri belli come, e più, di questo.

Consiglio caldamente a tutti di leggere Le ragazze, anche solo per farvi una vostra opinioni su uno dei romanzi più chiacchierati degli ultimi anni. E poi, potreste innamorarvene anche voi come ho fatto io!

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Silvia 💘

25 giugno 2018

Siamo vissuti qui dal giorno in cui siamo nati - Andreas Moster {Recensione no-spoiler}

Buongiorno a tutti lettori,

bentornati sul blog. È arrivata l'estate, e oggi vi parlo di un libro che effettivamente è adatto alla stagione; non all'idea di vacanze e serenità però, ma più a quella di caldo torrido, afoso, asfissiante, che brucia e confonde ogni cosa. Una lettura dura, un esordio incredibile, edito da Il saggiatore.
Siamo vissuti qui dal giorno in cui siamo nati di Andreas Moster

Siamo vissuti qui dal giorno in cui siamo nati - Andreas Moster {Recensione no-spoiler} felice con un libro

Titolo: Siamo vissuti qui dal giorno in cui siamo nati
Autore: Andreas Moster
Editore: il Saggiatore
Data pubblicazione: 
Pagine: 200

"Lo so da non so quanto tempo. Che me ne devo andare, via di qui, fuori dal paese, dalla casa, dalla stanza in cui vivo da quando sono nata . Potrei calcolare il numero esatto di giorni, sono un paio di migliaia, ma che importa."

Un paesino di montagna è l'ambientazione della storia. Paesino che, grazie a quella montagna, vive. In particolare vive grazie alla cava da cui ogni giorno gli uomini, "i padri" come li chiama Moster, estraggono il calcare. Lo stesso con cui sono state costruite strade, case, edifici e il muro, che protegge il villaggio dal fianco della montagna e dalle tempeste che da lì provengono.
Questo paesino è un universo chiuso, a parte, completamente isolato dal mondo moderno dell'esterno. Qui vivono ancora antiche cerimonie, antiche leggi, e soprattutto antiche forme di dominio e di sottomissione. 

Tutto cambia quando arriva uno straniero: un giovane uomo inviato a controllare la produttività della cava calcarea. 

Lui è l'elemento esterno, diverso, l'ago che penetrando nella bolla la fa saltare in aria, portando allo scoperto l'oscurità, le terribili verità che si nascondono dietro alle case, alle strade, al muro del paesino.

Siamo vissuti qui dal giorno in cui siamo nati non è un libro per chi cerca una lettura facile; non è un libro per chi vuole una storia scorrevole; non è un libro per chi ha paura di soffrire.
È invece un libro per chi ha il coraggio di guardare in faccia la malvagità umana; è un libro per chi nel dolore ci si butta per poi riemergere migliore; è un libro per chi ha la forza e la volontà di affrontare argomenti delicati. 
È un libro che parla di violenza, di paura, di dominio del più forte, di peccato e di espiazione.

L'autore vuole mostrarci quanta falsità, quante maschere, l'uomo è in grado di erigere attorno a se, per non mostrare il marcio che in realtà c'è sotto la superficie.

La narrazione è molto particolare e alterna due punti di vista:

La terza persona di lui, lo straniero, giovane uomo che porta con sé qualcosa di diverso dagli altri. Destinato a diventare il capro espiatorio di un villaggio e forse a cambiarne le sorti.

E il punto di vista di lei, una delle ragazze del paese, una delle ragazze che conosce la verità e vuole andare via. Lei, che alterna la prima persona singolare alla prima persona plurale
Noi facciamo, noi guardiamo, noi siamo vissuti qui dal giorno in cui siamo nati.
Lei è in parte il paese stesso, e il percorso per separarsi dalla sua attuale vita non può che essere impervio e doloroso.

L'autore utilizza uno stile molto introspettivo e scava con forza nell'animo dei protagonisti.
Il lettore si ritrova a sentire così la sofferenza, la fatica, la lotta, la violenza, la paura, il male, annidati nel villaggio, come se fossero suoi, come se li stesse vivendo in prima persona.

"La risata di mio padre ha diviso mia madre in due parti, e lui l'ha spinta in camera da letto senza prima riunirle. La mattina dopo l'incrinatura era ancora visibile."

Una premessa importante: se siete persone sensibili, preparatevi psicologicamente perché ci sono scene forti. Io non me lo aspettavo e forse avrei preferito saperlo, perché ci sono stati dei momenti in cui la storia mi ha colpita come una coltellata.

E colpire come una coltellata è proprio quello che Moster vuole fare. Egli non si fa scrupoli, racconta la verità dura e cruda senza peli sulla lingua e senza aver paura di ferire qualcuno. E rigira il coltello nella piaga con una narrazione cupa, lenta, a tratti gotica. Bisogna rimanere concentrati per stare dietro all'autore, alle sue metafore, al suo modo di dipingere il mondo.

Perché questo è anche un romanzo metaforico, fatto di simboli e visioni, presagi e sensazioni sotto pelle.
È difficile coglierli tutti ed è necessario farsi largo a piccoli passi nella scrittura densa, pastosa, di questo autore. Si procede con fatica, ma alla fine del viaggio, lasciandosi quel paesino alle spalle e guardando indietro, ci si rende conto di quale esordio straordinario abbiamo conosciuto.

VOTO: 🌞🌞🌞🌞e mezzo
4,5

Non do il massimo dei voti solo per un fattore personale: questo è un romanzo che sa far male e in alcuni momenti ho pensato potesse essere troppo. Forse però, come ho già detto, ha influito molto su di me il fatto che non fossi preparata. 
Nota di merito alla traduttrice (amo il fatto che in queste edizioni il nome del traduttore sia in copertina!!) Silvia Albesano che a parer mio ha fatto un ottimo lavoro.

Se ve la sentite, assolutissimamente consigliato.

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Io ringrazio Il Saggiatore per la fiducia, e a voi mando un bacione,

Silvia 💜

18 giugno 2018

Storie di cronopios e di famas - Julio Cortázar {Recensione no-spoiler}

Buongiorno a tutti lettori,

e bentornati sul blog. Oggi vi racconto di un libro che mi aspettava in libreria da più di un anno, e che si è rivelato una perla rara e unica. Non avevo mai letto niente del genere, mai, ed è stata un'esperienza inedita ed emozionante; anche molto stramba in effetti.
Ecco la mia recensione di Storie di cronopios e di famas di Julio Cortázar.

Storie di cronopios e di famas - Julio Cortázar {Recensione no-spoiler} felice con un libro

Titolo: Storie di cronopios e di famas
Autore: Julio Cortázar
Editore: Einaudi
Data pubblicazione: 1962/ 1971
Pagine: 142

Storie di cronopios e di famas è uno dei libri più strani che io abbia mai letto. 
Non c'è una trama, non c'è un filo conduttore ben delineato, e per metà del tempo non si sa nemmeno di cosa si stia parlando.

Calvino, nella prefazione all'opera, ci guida un po' e ci permette di capire anticipatamente a cosa si riferiscano le due strane parole del titolo: cronopios e famas. Essi incarnano due aspetti contrapposti dell'essere, di Cortázar e, direi, di ognuno di noi. 
I famas rappresentano la ragione, l'efficienza, l'ordine. I cronopios invece sono i sogni, la poesia, la spontaneità

Da essi scaturiscono immagini, brevissimi racconti, a volte lunghi qualche riga, a volte un paio di pagine. Sono stralci di storie assurde, spesso senza capo ne coda, senza un senso preciso. Alcune, come le Istruzioni per piangere, o quelle per salire le scale, sono talmente metodiche da diventare bizzarre. Altre, come Perdita e recupero del capello o Cammello dichiarato indesiderabile, sono fatte di simboli e metafore. Altre ancora, come Storia di un orso morbido sembrano non avere alcun senso.

Quello che penso io è questo:
Leggere Cortázar è come guardare un quadro che non si sa che cosa rappresenti, ma che comunque in fondo a noi stessi ci sembra di comprendere e ci suscita un'emozione fortissima.
È come leggere una poesia di cui non si può cogliere il senso totale alla prima lettura, ma che ci rimane stampata nel cuore.


Quello che l'autore scrive può assumere significati diversi a seconda della personalità o dell'umore di chi lo sta leggendo. Può assumere significati diversi anche ad una seconda o una terza rilettura.
Cercare di capire questo libro è un po' come tentare di spiegare un sogno assurdo, diverso.
Io sono rimasta affascinata dalla polifonia di quest'opera, dalla sua capacità di contenere interpretazioni diverse e di variare al variare del lettore. E infatti, nonostante Storie di cronopios e di famas sia un libriccino molto corto, io me lo sono gustata piano piano, con concentrazione. Ho riletto quasi tutti i capitoli almeno due volte, alcuni anche tre o quattro.
Ho scavato un po', per fare in modo che mi arrivasse quanto più possibile da questa lettura.

Alcuni racconti mi hanno messo i brividi, altri mi hanno fatta ridere, altri mi hanno fatto male e altri non li ho capiti proprio (!).

Quello che sicuramente risulta dalla lettura comunque, è che cronopios e famas (che in realtà compaiono fisicamente nel libro solo nell'ultima parte) non sono poi tanto contrapposti e diversi come si potrebbe pensare. Come dice Calvino, "presto si vede che le due anime sono in fondo una sola, che un confine tra immaginazione incontrollata e immaginazione metodica è impossibile tracciarlo... Del resto osservando bene, si vedrà che è una determinazione degna dei famas che i cronopios mettono nell'essere cronopios, e che nell'agire da famas i famas sono pervasi da una follia non meno stralunata di quella cronopioesca." 

VOTO: 🌞🌞🌞🌞 e mezzo
4,5 

Credo che la bravura e il genio di Cortázar siano evidenti. Non ho idea di come egli abbia fatto a concepire un'opera del genere ma sono felice che l'abbia fatto, perché ci ha regalato qualcosa di diverso e speciale.

Concludo questa recensione con l'incipit del libro, che è davvero uno dei più belli che io abbia mai letto.

"Il lavoro di ammorbidire il mattone tutti i giorni, il lavoro di aprirsi un passaggio nella massa appiccicosa che si proclama mondo, ogni mattina inciampare nel parallelepipedo dal nome ripugnante, con una canina soddisfazione che tutto è al suo posto, la stessa donna accanto, le stesse scarpe, lo stesso sapore dello stesso dentifricio, la stessa tristezza delle case di fronte, della sporca scacchiera delle persiane con la scritta Hotel de Belgique.
Puntare la testa come un toro svogliato contro la massa trasparente al cui centro prendiamo il caffè latte e apriamo il giornale per vedere quel che è successo in un qualsiasi angolo del mattone di cristallo, rifiutarsi a che il delicato gesto di tirare la maniglia, gesto grazie al quale tutto potrebbe trasformarsi, avvenga con la fredda efficacia di un riflesso quotidiano. A presto cara. Buona giornata.
Stringere un cucchiaino fra le dita e sentire il battito del suo polso di metallo, il suo diffidente ammonimento. Come fa male negare un cucchiaino, negare una porta, negare tutto ciò che l'abitudine lecca fino a dargli una soddisfacente levigatezza. Tanto più semplice accettare la facile sollecitudine del cucchiaio, usarlo per girare il caffè. E non che sia brutto che le cose ci trovino ogni giorno di nuovo e siano sempre le stesse. Che accanto a noi ci sia la stessa donna, lo stesso orologio, e che il romanzo aperto sul tavolo inforchi di nuovo la bicicletta dei nostri occhiali, perché dovrebbe essere brutto? Ma come un toro triste bisogna abbassare la testa, dal centro del mattone di cristallo spingere verso il fuori, verso l'altro tanto vicino a noi, inafferrabile come il picador tanto vicino al toro. Castigarsi gli occhi guardando quella cosa che si muove nel cielo e che sornionamente accetta il nome di nuvola, la sua risposta catalogata nella memoria. Non credere che il telefono ti dia i numeri che cerchi. Perché dovrebbe? Verrà soltanto quel che hai preparato e deciso, il triste riflesso della tua speranza, questa scimmia che si gratta su una tavola e trema di freddo. Spaccale la testa, alla scimmia, corri dal centro verso il muro e apriti un passaggio. (...)
Non appena aprirò la porta e mi affaccerò alle scale, saprò che sotto inizia la strada; non lo stampo ormai accettato, non le case che sappiamo, non l'albergo di fronte: la strada, la viva foresta ove ogni istante può piovermi addosso come una magnolia, ove i volti nasceranno man mano che li guarderò, quando andrò avanti ancora un poco, quando con i gomiti e le palpebre e le unghie andrò a fracassare minuziosamente contro la pasta del mattone di cristallo, e mi giocherò la vita avanzando un passo dopo l'altro per andare a comprare il giornale all'angolo."

Spero, nonostante scrivere di questo libro sia difficilissimo, che la mia recensione vi abbia incuriositi e che proverete a leggerlo.

Se volete acquistare il volume potete farlo al seguente link che vi rimanderà al sito di IBS. Acquistando qualsiasi articolo da tale link dovrei ricevere una piccola commissione che mi aiuterà a portare avanti il blog. Grazie infinite a tutti!


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Come sempre, fatemi sapere cosa ne pensate,
io vi mando un bacione,

Silvia 💝 

11 giugno 2018

7 - Tristan Garcia {Recensione no-spoiler}

Buongiorno a tutti lettori,

bentornati sul blog! Come vi sarete accorti, spesso su questo sito vi recensisco titoli che sono sul mercato da diversi anni, molti li leggo su consiglio vostro o seguendo le tante recensioni positive, molti li ho nella mia wishlist da tempo immemore. Ci sono dei casi però in cui un libro può colpire a primo impatto. È quello che è successo a me con 7 di Tristan Garcia, nuova uscita di NN Editore.
Avete presente quando un libro vi chiama? Ecco. Questo titolo l'ho scoperto in occasione del Salone del Libro di Torino e ho deciso che dovevo leggerlo a tutti i costi. NN mi ha resa felice dandomi la possibilità di farlo e oggi ve ne parlo qui! Spero che questa recensione non sia troppo ingarbugliata, e soprattutto che vi piaccia.

7 - Tristan Garcia {Recensione no-spoiler} felice con un libro

Titolo: 7
Autore: Tristan Garcia
Editore: NN Editore
Data pubblicazione: 05/2018
Pagine: 513

Una copertina superlativa. Questa è stata la prima cosa che mi ha colpita, seguita subito dopo dal titolo: 7. Sintetico e misterioso, un solo numero che potrebbe voler dire tante cose.
7 è un numero primo. 7 è il numero atomico dell'Azoto.
7 è il numero dei colori dell'arcobaleno.
7 sono i giorni di una fase lunare.
7 sono le virtù e 7 sono i peccati capitali.
A cosa si riferisce il 7 di Garcia?
I numeri mi hanno sempre affascinata e, con questa domanda nella testa, mi sono decisa a leggere la trama del libro.
Sono rimasta incantata.

Sappiate che non vi dirò niente che non sia scritto nella quarta di copertina, perché una delle cose belle di questa lettura è proprio scoprirla via via, sviscerarla pian piano, provare a collegare i pezzi del puzzle, capire se effettivamente devono essere collegati oppure no, fare teorie.

Ecco quel poco di trama che posso dirvi, dunque: tutto inizia con una storia che racconta dell'Alice. Alice non è una persona, tutt'altro: è il nome di una nuova droga che permette di riportare il proprio sé del passato in vita, nel presente.
Esempio: a 25 anni eravate sempre felici e propositivi, pronti a spaccare il mondo? Un po' di Alice e quella bella persona potrà viversela ancora un po'.
Siete ricchi ma vi ricordate che a 15 anni il vostro più grande desiderio era prendere un aereo per le Maldive? Un po' di Alice e il voi 15enne realizzerà il suo sogno.

Ora capirete perché, appena ho letto ciò, mi si è accesa una vocina nel cervello che diceva "leggiloleggiloleggilo".
L'idea è originale e affascinante, e in più quando si inizia a parlare di tempo, età, passato, presente, futuro, cosa pensa di me la me del passato, cosa pensa di me la me del futuro, e così via, è difficile non rimanere in uno stato a metà tra il curioso e l'elettrizzato.

Ma non è finita qui, perché questa è solo una parte della storia. La quarta di copertina promette tante altre belle cose: oggetti provenienti dal passato, alieni, mondi paralleli, fede, dèi, intrecci di tempi e spazi diversi e via dicendo.
Questo romanzo è un mix stupefacente ed eclettico. È un romanzo che contiene tanti romanzi: quello fantascientifico, quello storico, la favola nera, la favola distopica. Ce n'è un po' per tutti i gusti. È per questo motivo che, pur essendo un bel mattonazzo, non se ne percepisce per niente la lunghezza.
E inoltre, essendo un libro che cambia e si rinnova continuamente, non viene a noia mai. Ne risulta una lettura avvincente e varia.

Storie favolose e idee geniali a parte però, la cosa fondamentale, a parer mio, di questa lettura è una:
7 è un libro che sa essere appassionante ma anche filosofico. Garcia ha inserito nella sua opera tante questioni e teorie filosofiche, le ha spiegate al lettore attraverso le sue storie e ha creato un libro cervellotico, uno di quei romanzi che spingono a pensare tantissimo.

È cervellotico nella trama e nella struttura, che come ho già accennato, devono essere scoperte via via. È un libro pieno di simboli e intrecci, che spingono ad analizzare ogni storia, alla ricerca di dettagli, segnali che Garcia semina qua e là e strizzano l'occhio al lettore. Indizi che, se sanno essere interpretati, possono portare alla formulazione delle giuste ipotesi.

Ma 7 è cervellotico anche, e soprattutto, nei temi trattati. 
È un romanzo mondo: l'autore riesce a parlare praticamente di tutti i più importanti, e controversi, aspetti della vita. A volte attraverso metafore, altre volte esplicitamente. Ma sempre, in continuazione, spinge il lettore a riflettere, a porsi delle domande a cui è difficile dare risposta.
Si parla di politica, di società, di ideali; si parla di fede, di fiducia, di speranza e di destino; si parla di arte, di ricordi, di passato e presente; si parla di bellezza, di pazzia, di piacere e di malvagità.

Credo che i libri come questi, che portano a esplorare se stessi e le proprie opinioni, siamo importanti per prendere coscienza delle proprie idee e per capire meglio la realtà che ci circonda.
Quando l'ho finito sono rimasta per molto tempo a pensare a ciò che avevo letto e avevo quasi la voglia di ricominciarlo da capo. Probabilmente più avanti lo farò, perché credo sia uno di quei libri che sanno regalare qualcosa di diverso ad ogni rilettura.

VOTO: 🌞🌞🌞🌞 e mezzo
4,5


E visto che, mentre continuavo a porre interrogativi a me stessa, mi è venuta la curiosità di sapere cosa potessero pensarne gli altri..
..ho deciso di rigirare alcune di queste domande ai miei lettori: voi!!
E così mi sono ritrovata a riflettere insieme a tante belle persone che amano leggere.
🠋🠋🠋🠋

È venuto fuori che un buon 70% conserva un bel ricordo di un periodo passato, e farebbe tornare volentieri il sé di quell'epoca nel presente per qualche ora. Spesso è la spensieratezza della giovane età quella che manca di più. 
È venuto fuori che poco più della metà di voi pensa che il processo di creazione di un'opera d'arte sia soprattutto scoperta, capacità di guardare e capire il mondo esistente in modo nuovo. Altri pensano invece che sia pura invenzione, puro genio.
È venuto fuori che la stragrande maggioranza crede che la bellezza esteriore, l'aspetto del nostro corpo influenzi il nostro modo di essere. E che la colpa sia soprattutto della società, che ci obbliga a fare i conti con dei canoni ben precisi, che ci stanno troppo stretti.
È venuto fuori che il 70% delle persone cambierebbe più che volentieri la storia politica del nostro paese. Il 30% invece sarebbe preoccupato delle conseguenze di tali cambiamenti e preferirebbe non correre il rischio.
È venuto fuori che moltissimi di voi hanno a cuore la questione dell'esistenza di forme di vita aliene: esiste all'incirca un pianeta per ogni granello di sabbia presente sulla Terra, l'Universo è troppo vasto per pensare che siamo soli. Sono comunque tanti, anche se in minoranza, coloro che pensano che gli alieni non esistano: se esistessero, dove sono??
È venuto fuori che molti preferiscono rifiutare le etichette che il mondo ogni giorno vuole affibbiarci e vivere in completa libertà astenendosi da qualsiasi giudizio. Sono un po' più numerosi invece quelli che decidono di prendere tali etichette e farle proprie, usarle per difendere e diffondere degli ideali nei quali si identificano.
È venuto fuori, infine, che più del 65% delle persone apporterebbe dei grandi cambiamenti alla propria vita se potesse riviverla daccapo. Solo il 35% seguirebbe più o meno la stessa via.

Questo è tutto ciò di cui abbiamo parlato in questi giorni, e ragazzi, è stata la settimana in cui ho avuto più discussioni serie e filosofiche di tutta la mia vita! 

Il consiglio scontato ma importante che sento di dare a voi e a me stessa alla fine è questo: siamo sempre in tempo per cercare di rendere il nostro mondo un posto migliore e la nostra vita un po' più luminosa.

Spero, con questo lunghissimo sproloquio, di avervi incuriositi sul romanzo e, se doveste leggerlo, dovete assolutamente farmi sapere cosa ne pensate!

Voglio dire grazie a tutti coloro che hanno risposto ai domandoni (per chi se li fosse perso, li trovate ancora su Instagram, qui, con le percentuali di risposte), a chi ha avviato discussioni stimolanti e a chi mi ha consigliato titoli sui vari argomenti. È stato bellissimo condividere le nostre idee!!

Se volete acquistare questo libro potete farlo al seguente link che vi rimanderà al sito di IBS. Acquistando qualsiasi articolo da tale link dovrei ricevere una piccola commissione che mi aiuterà a portare avanti il blog. Grazie infinite a tutti!


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Vi mando un bacione,
Silvia 💕

4 giugno 2018

L'uomo che scambiò sua moglie per un cappello - Oliver Sacks {Recensione no-spoiler}

Buongiorno a tutti lettori!

Bentornati sul blog. Oggi vi parlo di una lettura un po' diversa dalle altre, una raccolta di microsaggi, che però possono essere considerati anche racconti, a tema medico. Ne ho sentito parlare in lungo e in largo, ma non mi ero mai decisa a leggerla perché sono abituata ai romanzi e in più avevo paura di non comprendere bene l'argomento, nonostante tutto il mio percorso di studi sia stato di tipo scientifico. L'autore di questo libro è stato un importante neurologo e Adelphi ha pubblicato da poco la sua ultima opera. Insomma avete capito, sto parlando di Oliver Sacks e del suo famosissimo L'uomo che scambiò sua moglie per un cappello. 

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Titolo: L'uomo che scambiò sua moglie per un cappello
Autore: Oliver Sacks
Editore: Adelphi
Data pubblicazione: 1985
Pagine: 287

Un titolo che sa catalizzare l'attenzione, L'uomo che scambiò sua moglie per un cappello, derivante da uno dei tanti microsaggi contenuti in questa raccolta, il quale racconta di un uomo che non riesce più a distinguere persone, oggetti, figure, nella loro interezza e quindi si ritrova proprio a scambiare sua moglie per un cappello, tirandole la testa per poterselo infilare! E pensate che si tratta di una storia reale e che queste sono solo una quindicina di pagine delle quasi 300 che occupano il libro.

Tanti microsaggi quindi, ma non fatevi spaventare da questa parola: non sono assolutamente testi accademici, che mirano ad insegnarvi termini tecnici o a darvi lezioni di neurologia. Tutt'altro. Io direi che sono più dei microsaggi/racconti, perché la loro caratteristica principale è quella di essere alla portata di tutti ed estremamente godibili. Sacks ha la capacità di raccontare storie a sfondo medico con la semplicità con cui racconterebbe cosa ha mangiato a colazione, probabilmente perché la neurologia fa talmente parte di lui da non risultargli difficile spiegarla limpidamente, rendendo i propri testi accessibili a tutti. Non a caso egli è stato a lungo Professore in una prestigiosissima università: la Columbia!!

Qualche termine tecnico c'è, è inevitabile, ma niente che possa rendere pesante o difficoltosa l'esperienza di lettura.

Ma di cosa parlano questi racconti? Sono a tema neurologico, come ho detto, e ognuno di essi ha al centro un paziente (qualche volta più d'uno). Un paziente singolare, che si è distinto per la sua particolare patologia o magari per il suo unico modo di reagire ad essa, e che quindi si è guadagnato un posto nello scrigno dei ricordi (e anche nel cuore) di Sacks. Ci sono varie sezioni nel libro, che raggruppano tali pazienti a seconda della tipologia del loro disturbo, ma la cosa fondamentale secondo me, e che mi ha stupita di più, è che l'autore pone sempre in risalto l'unicità di ogni singolo malato, inteso come persona.
Le stesse patologie possono manifestarsi in individui talmente diversi da necessitare cure diverse, esami diversi, accortezze diverse.

Con Sacks la semplice medicina non basta più. I manuali teorici, che descrivono malattie, sintomi e cure non sono sufficienti nella realtà varia e vastissima che ci circonda. Ogni individuo deve essere considerato nella sua unicità, con le sue caratteristiche fisiche ma anche comportamentali, con le sue passioni, i suoi desideri, le sue esperienze, il suo passato.
In tutto il libro Sacks non smette mai di dirlo, e quando lo fa si percepisce tutto il suo amore per la scienza e per la medicina, che si riversa nell'amore per i suoi pazienti. Egli riesce a cogliere i dettagli necessari che fanno la differenza nella cura, nel percorso di guarigione, perché riesce a vedere tali pazienti come le persone uniche che sono.

Descrivendo i casi clinici con cui ha avuto a che fare, Sacks descrive la meraviglia del mondo.
E proprio per questo motivo non è raro che, nel raccontare, l'autore utilizzi nei confronti dei malati un tono affettuso, o ironico, a volte triste.
Ci sono malattie di cui Sacks riesce a cogliere il lato positivo e altre che suscitano la sua compassione.

Come dicevo, il libro è diviso in diverse parti, quattro per la precisione; ve ne do qui un brevissimo accenno:

In Perdite l'autore parla di persone affette da deficit di alcune funzionalità neurologiche. Hanno delle mancanze quindi, e devono imparare a farvi fronte.
In questa parte, spesso, è come se Sacks riuscisse a intravedere l'aspetto affascinante della malattia. Pur rimanendo consapevole dello stato fisico ed emotivo del paziente e dei disagi (e delle sofferenze) che una patologia porta con sé, egli ci mostra che se vogliamo possiamo vedere il bicchiere mezzo pieno invece che mezzo vuoto.
Un deficit può portare il corpo a reagire, cercando di compensarlo con un surplus, con una capacità più sviluppata rispetto al resto degli uomini.

Come i ciechi che si orientano con l'udito. Come un uomo che trasforma ogni gesto in una melodia, perché solo così può comprenderlo.

In Eccessi vengono trattati pazienti che hanno invece il problema opposto. In questo caso essi hanno quindi un approccio diverso: stavolta la malattia è seducente, perché porta a provare una sensazione di benessere, di pienezza, di totale capacità.

Ci sono coloro che non vogliono guarire del tutto, perché la patologia apporta dei miglioramenti nel loro carattere (ad esempio li rende più spigliati e più ironici), e poi ci sono persone in cui la patologia è talmente avanzata da diventare essi stessi l'incarnazione della loro malattia.

In Trasporti si prendono in considerazione disturbi più difficilmente identificabili, che riguardano alterazioni nella percezione, nell'immaginazione e nel sogno. Visioni ad esempio, causate da stimolazioni del cervello.
Esse spesso, più che patologie, vengono considerate come qualcosa di diverso, profetico a volte, riguardante la psicologia più che la medicina.
C'è chi ricorda vividamente immagini e esperienze perdute dell'infanzia, c'è chi ricorda fatti orribili che la mente aveva dimenticato. Per alcuni è una pace per altri un incubo.

Questo è il mio capitolo preferito, perché è il più umano, quello che attinge di più alle emozioni, e al contempo il più misterioso. Dà un'idea di quanto siamo complicati, di quanto comprendere appieno la mente e il cervello umani sia difficile, praticamente impossibile. A volte sembra quasi di avere a che fare con qualcosa di magico.

Nell'ultima sezione, Il mondo dei semplici, Sacks si occupa di coloro che hanno un modo diverso di vedere il mondo e relazionarvisi, come ad esempio gli autistici. In essi è pressoché inesistente il pensiero astratto, mentre prevale quello concreto. A loro l'autore si approccia in modo ancora diverso, mostrando quanto possano essere interessanti e quanto sia importante cercare di comprenderli.

Spero che questo breve sguardo ai temi affrontati da Sacks vi abbia trasmesso la capacità di fascinazione che questo libro ha.
Per quanto mi riguarda, ritengo che gli autori come Oliver Sacks siano importanti, perché permettono di vedere la scienza per quello che è: una disciplina affascinante ma soprattutto fondamentale per la vita.

Rendersi conto di quanto l'autore avesse a cuore i suoi malati, di come riuscisse a vederli per quello che erano e non come semplici casi clinici, e di conseguenza di come spesso (anche se non sempre) riuscisse ad aiutarli, è un'esperienza che riempie di meraviglia e scalda il cuore.

VOTO: 🌞🌞🌞🌞
4

Come avrete capito, vi consiglio davvero questo titolo e spero che possa affascinare anche voi. Io l'ho letto in maniera piuttosto frammentaria, intervallando tra una sezione e l'altra altre letture. Potete fare come me o leggerlo tutto di seguito, è un libro che si presta ad entrambi gli approcci.

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Se invece lo avete già letto, fatemi sapere il vostro parere!

Vi mando un bacione,
Silvia 💘